— Ah! è giusto, disse Faria, noi siamo prigionieri; qualche volta lo dimentico, perchè i miei occhi penetrano al di fuori di queste muraglie che ci racchiudono, e mi credo in libertà.
— Ma perchè siete prigione?
— Perchè ho sognato nel 1807 il disegno che Napoleone ha tentato di porre ad effetto nel 1811.
E il vecchio abbassò la testa. Dantès non capiva come un uomo poteva arrischiare la vita per simili faccende, è vero però che, se egli conosceva Napoleone per avergli parlato una volta, non sapeva quali ne fossero stati i disegni.
— Non siete voi... infermo? domandò Dantès che cominciava a partecipare dell’opinione generale che si aveva di lui nel castello d’If.
— Infermo? vorrete dir pazzo perchè come tale son tenuto in questo luogo.
— Io non osava dirlo, rispose Dantès sorridendo.
— Sì, sì, continuò Faria con amaro sorriso, sì, sono io che passo per pazzo; sono io che diverto da lungo tempo gli ospiti di questa prigione, e rallegrerei i fanciulletti, se vi fossero fanciulletti nel soggiorno del dolore senza speranza.
Dantès rimase un momento immobile e muto.
— Così voi ora rinunciate alla fuga? gli disse.