— Ciò che accadde a Bruto la vigilia della battaglia di Filippi; ho veduto un fantasma.

— E questo fantasma? — Questo fantasma, Morrel, mi ha detto che ho vissuto abbastanza.

Massimiliano ed Emmanuele si guardarono; Monte-Cristo cavò l’orologio; — Partiamo, disse egli; sono le sette e cinque minuti, ed il ritrovo è per le otto precise.

Una carrozza li aspettava coi cavalli di già attaccati. Monte-Cristo vi salì con i suoi due testimoni.

Traversando il corridore, Monte-Cristo si era fermato per ascoltare avanti di una porta, e Massimiliano ed Emmanuele che per discrezione avevano fatto qualche passo in avanti, crederono sentire rispondere con un sospiro ed un singhiozzo. Ott’ore suonarono al punto in cui giungevano al convegno: — Eccoci arrivati, disse Morrel mettendo la testa fuori dello sportello, e noi siamo i primi.

— Il signore mi scuserà, disse Battistino che aveva seguito il suo padrone con un indicibile terrore, ma credo di scorgere una carrozza laggiù sotto quegli alberi.

Monte-Cristo saltò leggermente a basso dal calesse, e dette la mano ad Emmanuele e a Massimiliano per aiutarli a smontare. Massimiliano trattenne la mano del conte fra le sue. — Alla buon’ora, diss’egli, ecco una mano come io desidero vederla in un uomo la cui vita riposa sulla bontà della sua causa.

— Infatto, disse Emmanuele, scorgo due giovani che passeggiano, e che sembrano aspettare. — Monte-Cristo tirò Morrel, non a parte, ma un passo o due dietro suo cognato. — Massimiliano, gli domandò egli, avete il cuor libero? — Morrel guardò Monte-Cristo con meraviglia.

— Io non vi domando una confidenza, amico caro, vi indirizzo una semplice domanda; rispondete sì o no, ciò è quanto vi chiedo.

— Io amo una giovinetta, conte. — L’amate voi molto?