Certamente, quantunque meno espansiva, la gioia di Monte-Cristo non era men grande; la gioia, pei cuori che hanno lungamente sofferto, è simile alla rugiada delle terre disseccate dal sole; come le terre assorbono la pioggia benefattrice che cade sovr’esse, e niente ne appare al di fuori. Da qualche giorno Monte-Cristo capiva una cosa, che da qualche tempo non osava credere, ed era, che v’erano due Mercedès al mondo, e ch’egli poteva ancora essere felice su questa terra; il suo occhio avido di felicità si immergeva avidamente negli umidi sguardi d’Haydée, quando d’improvviso la porta si aprì. Il conte aggrottò il sopracciglio. — Il sig. de Morcerf! disse Battistino, come se questa sola parola racchiudesse tutta la sua scusa.
In fatto il viso del conte si rischiarò. — Quale? domandò egli, il visconte o il conte? — Il conte.
— Mio Dio! gridò Haydée, non è ancora dunque finita?
— Non so se sia finita, fanciulla mia diletta, disse Monte-Cristo prendendo le mani della figlia adottiva; ma ciò che so si è che tu non hai nulla a temere.
— Oh! se frattanto il miserabile...
— Quest’uomo non ha alcun potere sopra di me Haydée, disse Monte-Cristo; nè quando aveva a che fare con suo figlio vi era di che temere.
— Oh! ciò che io ho sofferto, disse la giovinetta, tu non lo saprai mai, mio signore.
Monte-Cristo sorrise. — Per la tomba di mio padre! ti giuro, Haydée, che se accade disgrazia a qualcuno, non sarà a me.
— Io ti credo, mio signore, come se mi parlasse una voce dal cielo, disse la giovinetta.
— Oh! mio Dio! mormorò il conte, permettereste voi che io potessi ancora amare? Fate entrare il sig. conte de Morcerf nel salotto, — diss’egli a Battistino mentre riconduceva la bella greca nelle sue camere per la scala segreta.