— Perfettamente, mio buon amico, ed io ve lo proverò mettendo il punto sull’i, e piuttosto i nomi sugli uomini. Voi siete stato a passeggiare una sera nel giardino del sig. de Villefort; da quanto mi dite, presumo che fosse la sera in cui morì la sig.ª de Saint-Méran. Voi avete inteso il sig. de Villefort parlare col sig. d’Avrigny, sulla morte del sig. de Saint-Méran, e su quella non meno meravigliosa della baronessa. Il sig. d’Avrigny diceva di credere ad un avvelenamento, ed anzi a due avvelenamenti; ed ecco voi, uomo onesto per eccellenza, ecco voi da quel momento occupato a palpare il vostro cuore, a gettare la sonda nella vostra coscienza per sapere se dovete rivelare questo segreto oppure tacerlo. Noi non siamo più nel medio evo, caro amico, non vi sono più i franchi giudici; che diavolo volete domandare a queste genti? coscienza, che vuoi tu da me? come disse Sterne. Eh! mio caro, lasciateli dormire se dormono, lasciateli impallidire nelle loro veglie se non dormono, e, per l’amor di Dio, dormite voi che non avete rimorsi che v’impediscano di poter dormire. — Un orribile dolore si diffuse sui lineamenti di Morrel; egli afferrò la mano di Monte-Cristo.

— Ma ciò ricomincia! vi dico io.

— Ebbene! disse il conte meravigliato di questa insistenza della quale non capiva niente, e guardando Massimiliano più attentamente, lasciate ricominciare: questa è una famiglia di Atridi; Dio li ha condannati, ed essi soffriranno la loro sentenza; spariranno tutti come quelle casette che fabbricano i fanciulli con le carte piegate, e che cadono le une dopo le altre sotto il soffio del loro creatore, ve ne fosse ancora duecento. Fu il sig. de Saint-Méran tre mesi sono; fu la signora di Saint-Méran due mesi sono; fu Barrois l’altro giorno; oggi sarà il vecchio Noirtier o la giovane Valentina.

— Voi lo sapevate? gridò Morrel in un tal parosismo di terrore che Monte-Cristo ne rabbrividì, cui la caduta del cielo avrebbe ritrovato impassibile; lo sapevate, e non dicevate niente?

— E che m’importa! riprese Monte-Cristo stringendosi nelle spalle, conosco forse quella gente? bisogna forse che salvi l’uno per perder l’altro? in fede mia no, poichè fra il colpevole e la vittima non ho alcuna preferenza.

— Ma io, gridò Morrel urlando dal dolore, io l’amo!

— Voi amate chi? gridò Monte-Cristo balzando in piedi, ed afferrando le due mani che Morrel alzava, contorcendosi, verso il cielo.

— Io amo perdutamente, amo da insensato; amo come un uomo che darebbe tutto il suo sangue per risparmiarle una lagrima, amo Valentina de Villefort, che si assassina in questo momento, intendete bene? l’amo, e domando a Dio ed a voi, in qual modo posso salvarla!

Monte-Cristo mandò un grido così selvaggio che appena se ne possono fare un’idea coloro che hanno inteso il ruggito del leone ferito: — Infelice! gridò egli torcendosi a sua volta le mani, infelice! tu ami Valentina! tu ami questa figlia di una razza maledetta! — Giammai Morrel aveva veduto una simile espressione; giammai un occhio così terribile aveva balenato avanti il suo viso, giammai il genio del terrore, che egli aveva veduto tante volte comparire, sia sui campi di battaglia, sia nelle notti omicide dell’Algeria, non aveva scosso intorno a lui dei fuochi più sinistri.

Egli rinculò spaventato. In quanto a Monte-Cristo, dopo questo scoppio e questo susurro, chiuse un momento gli occhi, come abbagliato dai lampi interni; durante questo momento, si raccolse con tanta possanza, che si vedeva poco a poco tranquillarsi il movimento ondulatorio del suo petto gonfio dalla tempesta, come si vedono dopo il temporale fondersi sotto il sole i flutti turbolenti e schiumeggianti.