— Ebbene! ma, riprese Monte-Cristo, questo è, a quanto assicurasi da tutti, il mezzo che i vostri capitali siano triplicati in un anno. Il sig. barone Danglars è un buon padre, e sa far bene i suoi conti.

— Andiamo dunque, disse Andrea, tutto va bene, salvo il vostro rifiuto che tuttavolta mi ferisce il cuore.

— Non lo attribuite che a scrupoli molto naturali in simili congiunture. — Andiamo, sia dunque fatto come volete. A questa sera alle nove.

— A questa sera. — E non ostante una leggera resistenza per parte di Monte-Cristo, le cui labbra impallidirono, ma che conservarono però il loro sorriso di cerimonia, Andrea prese la mano del conte, la strinse, saltò nel suo phaéton e disparve. Le quattro o cinque ore che gli restavano fino alle nove, Andrea le impiegò in corse, in visite che interessavano questi amici di cui aveva parlato, a comparire dal banchiere con tutto il lusso dei loro equipaggi, abbagliandoli colle promesse di quelle azioni che in seguito fecero girare tutte le teste, e di cui Danglars in quel momento aveva l’iniziativa. Infatto alle otto e mezzo della sera la gran sala di Danglars, la galleria attigua a questa sala, e le tre altre sale di quel piano, eran piene di una folla profumata, poco attirata dalla simpatia, ma molto da quell’irresistibile bisogno di ritrovarsi là ove si sa che accade qualche cosa di nuovo. Un accademico direbbe che le serate di società sono una collezione di fiori che attirano le incostanti api affamate, insetti irrequieti. Non fa mestieri di dire che le sale erano risplendenti di cera, che la luce scorreva ad onde dai candelabri d’oro, alle tende di seta e su tutti quei mobili di cattivo gusto, che non avevano per loro che la ricchezza sfolgorante in tutto il suo splendore.

Madamigella Eugenia era vestita con la semplicità più elegante: una rosa bianca perduta per metà nei suoi capelli neri ebano, componeva tutto il suo abbigliamento, che non era arricchito dal più piccolo gioiello. Soltanto si poteva leggere su gli occhi di lei quella perfetta sicurezza destinata a smentire ciò che questa candida toletta aveva di volgarmente verginale ai proprii occhi. La sig.ª Danglars, a trenta passi da lei, parlava con Debray, Beauchamp e Château-Renaud. Debray aveva fatto il suo ritorno in quella casa nell’occasione di questa grande solennità, ma come tutti gli altri, e senza alcun privilegio particolare.

Il sig. Danglars, circondato da deputati e da uomini di finanze, spiegava una nuova teoria di contribuzioni, che contava di mettere in esercizio quando la forza delle cose avrebbe costretto il governo di chiamarlo al ministero.

Andrea, tenendo sotto il braccio i più noti dandys dell’Opera, spiegava loro abbastanza impertinentemente, atteso che aveva bisogno di essere ardito per sembrare disinvolto, i suoi disegni della sua futura vita, ed i progressi che contava di far fare nel lusso, con le sue 175 mila lire di rendita, alla moda parigina. La folla generale si aggirava nelle sale come un flusso e riflusso di turchine, di rubini, di smeraldi, d’opali e di diamanti. Come da pertutto, si osservava che le più vecchie donne erano le meglio abbigliate, e le più brutte quelle che si mostravano con maggiore ostinazione. Se v’era qualche bel giglio bianco, qualche rosa soave e profumata, bisognava cercarla e scoprirla nascosta in qualche angolo da una madre col turbante, o da una zia coll’uccello del paradiso. A ciascun momento, in mezzo a questa calca, a questo mormorio, a queste risa, un cameriere lanciava un nome conosciuto nelle finanze, rispettato nell’esercito, o illustre nelle lettere; allora un debole movimento nei gruppi accoglieva questo nome. Ma per uno che aveva il privilegio di far fremere queste orde umane, quanti ne passavano o accolti dalla indifferenza, o derisi dallo sdegno! Al momento in cui la sfera della pendola massiccia, che rappresentava Endimione addormito, marcava le nove sul suo quadrante d’oro, ed in cui la molla, fedele riproduttrice del pensiero della macchina, scoccava le nove, il nome del conte di Monte-Cristo risuonò esso pure, e come spinta da una fiamma elettrica, tutta l’assemblea si voltò verso la porta. Il conte era vestito di nero, e colla sua solita semplicità, il gilè bianco delineava il suo vasto e nobile petto, la cravatta nera sembrava di una freschezza singolare, tanto spiccava sotto il languido pallor della sua pelle; per solo gioiello portava una catena da gilè così sottile, che appena si scorgeva il piccolo filetto d’oro staccarsi sul picchè bianco. Fu fatto un cerchio intorno alla porta. Il conte con un sol colpo d’occhio scoperse la sig.ª Danglars ad una estremità della sala, il sig. Danglars all’altra, e madamigella Eugenia davanti a lui. Egli si avvicinò da prima alla baronessa che parlava colla sig.ª de Villefort, venuta sola, Valentina era sempre malata; e senza deviare, tanto il sentiero si apriva davanti a lui, passò dalla baronessa ad Eugenia, cui complimentò con termini così rapidi e così riservati, che l’orgogliosa artista ne fu tocca. Vicino a lei era madamigella Luigia di Armilly, che ringraziò il conte delle lettere di raccomandazione che le aveva graziosamente date per l’Italia, e di cui ella contava, gli disse, di far presto uso. Lasciando queste signore, si voltò, e si ritrovò presso a Danglars, che si era avvicinato per stringergli la mano.

Compiti questi tre doveri sociali, Monte-Cristo si fermò movendo intorno a sè quello sguardo sicuro, pieno di quella particolare espressione delle genti di gran società e particolarmente di una certa portata, sguardo che sembra dire: ho fatto ciò che doveva, ora gli altri facciano a me ciò che mi è dovuto. Andrea, che era in un salotto attiguo, sentì quella specie di fremito che Monte-Cristo aveva impresso alla folla, e corse a salutare il conte. Lo ritrovò compiutamente circondato; si disputavano le sue parole, come accade generalmente alle persone che parlano poco, e che non dicono mai una parola senza significato. I notari fecero la loro entrata in quel momento, e vennero ad installare le loro scritture bollate sui velluti ricamati in oro, che coprivano la tavola preparata per la soscrizione, tavola di legno dorato intagliata a zampe di leone. Uno dei notari si mise a sedere, l’altro rimase in piedi; si stava per procedere alla lettura del contratto, che la metà di Parigi, presente questa solennità, doveva sottoscrivere. Ciascuno prese posto, o piuttosto le donne fecero un circolo, mentre che gli uomini, più indifferenti sul punto dello stile energico, come dice Boileaux, fecero i loro comentarii sull’agitazione febbrile di Andrea, sulla attenzione del sig. Danglars, sulla impassibilità di Eugenia, e sul modo lesto e giocoso con cui la baronessa trattava questo importante affare.

Il contratto fu letto in mezzo al più profondo silenzio: ma terminata la lettura il rumore ricominciò subito nelle sale, raddoppiato da quello che era prima; queste somme brillanti, questi milioni rotolanti nell’avvenire dei due giovani, e che venivano a completare l’esposizione che se ne era fatta, in una camera esclusivamente consacrata a questo oggetto, del corredo della maritata e dei diamanti della giovane sposa, avevano risuonato con tutto il loro prestigio nella gelosa assemblea. Le grazie di madamigella Danglars ne venivano raddoppiate agli occhi dei giovani, e pel momento esse eclissavano lo splendore del sole.

In quanto alle donne, non vi è bisogno di dirlo, mentre invidiavano questi milioni, credevano di non averne bisogno per esser belle. Andrea, stretto fra i suoi amici, complimentato, adulato cominciava a credere alla realtà del sogno che faceva; era sul punto di perdere la testa.