— Scusatemi, signor Morrel, ve ne prego, ma la prima mia visita la debbo a mio padre. Non sono però meno riconoscente all’onore che mi fate.
— È giusto, Dantès, so che siete un buon figlio.
— E...., domandò Dantès con una certa esitazione, sta bene mio padre, per quel che voi ne sappiate?
— Io credo di sì, quantunque non l’abbia veduto.
— Sì, egli si tiene ritirato nella sua cameretta.
— Ciò prova per lo meno, che non ha avuto bisogno di nulla durante la vostra assenza.
Dantès sorrise. — Mio padre è altiero, o signore, e quand’anche egli fosse stato sprovveduto di tutto, non si sarebbe rivolto a chiedere cosa alcuna a chicchessia, eccetto che a Dio.
— Ebbene! dopo questa prima visita, noi calcoliamo su voi.
— Scusatemi di nuovo, sig. Morrel, ma dopo questa prima visita, io ne ho un’altra che non mi sta meno a cuore.
— Ah! è vero, Dantès, dimenticava che vi è ai Catalani qualcuno che deve aspettarvi con non minore impazienza di vostro padre. È la bella Mercedès. (Dantès arrossì). Ah! ah! disse l’armatore, non sorprende più ch’ella sia venuta tre volte a domandare le notizie del Faraone. Perbacco! Edmondo voi non siete da compiangere, avete una graziosa amica.