— L’hai fatta condurre dove dobbiam prenderla?

— Sì. — Il nostro passaporto? — Eccolo.

Ed Eugenia colla sua abituale freddezza, spiegò la carta bollata e lesse.

«Sig. Leone d’Armilly, dell’età di venti anni, professione artista; capelli neri, occhi neri; viaggiando con sua sorella.»

— A meraviglia! con che mezzo tel sei procurato?

— Andando dal sig. di Monte-Cristo a chiedere delle lettere di raccomandazione per gl’impresari dei teatri di Roma e di Napoli, gli ho espresso i miei timori di viaggiare da donna; egli li ha perfettamente capiti, si è messo a mia disposizione per procurarmi un passaporto da uomo, e due giorni dopo ho ricevuto questo, al quale ho aggiunto di mia propria mano: viaggiando con sua sorella.

— Ebbene, disse allegramente Eugenia, non si tratta più che di fare i nostri bauli; partiremo la sera della sottoscrizione del contratto, invece di partire la sera delle nozze; ecco tutto.

— Rifletteteci bene, Eugenia.

— Oh! tutte le mie riflessioni sono fatte; sono stanca di non sentire parlare che di riporti, di fine del mese, dell’alzarsi e abbassarsi dei fondi spagnuoli, dei boni di Haïti. Invece di tutto ciò, l’aria, la libertà, il canto degli uccelli, la pianura della Lombardia, i canali di Venezia, i palazzi di Roma, la spiaggia di Napoli. Quanto possediamo, Luigia?

La giovanetta che s’interrogava cavò da uno scrigno intarsiato un piccolo portafogli colla serratura che aprì, e nel quale contò 23 biglietti di banca.