— Ah! è giusto, disse ridendo Eugenia, dimenticava che io sono Ercole, e tu la pallida Omfale.

E la giovanetta appoggiando il ginocchio sul coperchio del baule, contrasse le braccia bianche e muscolose fin che le due parti furon riunite, e madamigella d’Armilly passasse il lucchetto negli anelli delle due spranche. Terminata questa operazione, Eugenia aprì un cassetto, del quale portava indosso la chiave, e ne cavò un mantello da viaggio di seta violetta ovattato: — Prendi, diss’ella, tu vedi che ho pensato a tutto, con questo mantello tu non avrai freddo.

— Ma tu? — Oh! io non ho mai freddo, tu lo sai bene; d’altra parte con questi abiti da uomo...

— Tu ti vesti qui? — Senza dubbio.

— Ma ne avrai il tempo?

— Non aver la minima inquietudine, poltrona; tutte le nostre genti sono occupate dal grande affare. D’altra parte, vi è niente di maraviglioso, quando si pensa alla grande disposizione, in cui devo essere, e che io mi sia rinchiusa?

— Sì, è vero, tu mi tranquilli...

— Vieni dunque, aiutami. — E dal medesimo cassetto dal quale aveva tolto il mantello, che aveva regalato a madamigella d’Armilly, e col quale questa si era coperte le spalle, cavò un abbigliamento completo da uomo, dagli stivaletti fino al cappello, con una provvisione di biancheria in cui non vi era niente di superfluo, ma in cui nulla mancava del necessario. Allora, con prestezza che faceva conoscere che senza dubbio, non era la prima volta che vestiva gli abiti di un altro sesso, Eugenia calzò gli stivaletti, infilò i pantaloni, si annodò la cravatta, abbottonò fino al collo un gilè a due petti, ed indossò un soprabito che delineava la sua corporatura svelta e ben fatta.

— Oh! benissimo! in verità benissimo! disse Luigia guardandola con ammirazione; ma questi bei capelli neri, queste trecce magnifiche, che facevano sospirare d’invidia tutte le donne, potranno essere contenute sotto un cappello da viaggio come questo?

— Tu starai a vedere, disse Eugenia. — Ed afferrando colla mano sinistra la folta treccia, sulla quale appena arrivavano a riunirsi le sue lunghe dita, colla destra prese una forbice, e ben presto sentissi stridere l’acciaro in mezzo della lunga e splendida chioma, che cadde tutta intera ai piedi della giovanetta, rovesciata in addietro per allontanarla dal soprabito. Indi, abbattuta la treccia superiore, passò a quelle sulle tempia, che abbattè successivamente senza lasciarsi sfuggire il minimo atto di dispiacere: al contrario, gli occhi brillarono più vivi e più allegri del consueto sotto le sopracciglia nere come l’ebano: — Oh! che capelli magnifici! disse Luigia con rincrescimento.