— E non sto cento volte meglio così? gridò Eugenia lisciandosi gli sparsi boccoli della sua pettinatura divenuta mascolina, e non mi trovi ancor più bella così?
— Oh! tu sei sempre bella! ma ora dove andiamo?
— A Bruxelles, se vuoi, è la frontiera più vicina; raggiungeremo Bruxelles, Liegi, Aix-la-Chapelle; risaliremo il Reno fino a Strasburgo, traverseremo la Svizzera, e discenderemo in Italia per il San-Gottardo; ti accomoda così?
— Sì. — Ma che cosa guardi?
— Io guardo te. In verità, tu sei così adorabile, si direbbe che mi hai rapita.
— E poffar di bacco! si avrebbe ragione.
— Oh! io credo che tu abbia ragione, Eugenia!
E le due giovanette, che ciascuno avrebbe credute immerse nelle lagrime, l’una per conto proprio, l’altra per affezione alla sua amica, scoppiarono in una risata, facendo sparire tutte le tracce più visibili del disordine che naturalmente aveva accompagnato gli apparecchi della loro evasione. Indi, avendo spenti i lumi, coll’occhio interrogatore, l’orecchie all’erta, il collo teso, le due fuggitive aprirono la porta di un gabinetto di toletta che metteva in una sala interna e di là fino al cortile, Eugenia camminando la prima, e sostenendo con un braccio l’ansa della valigia, dall’altra parte sostenuta da madamigella Armilly sollevandola appena con ambe le mani. Suonava mezza notte, il cortile era vuoto. Il portinaro vegliava ancora. Eugenia si accostò dolcemente, e vide dai vetri il degno svizzero che dormiva in fondo al casotto sdraiato sul sofà.
Ella ritornò verso Luigia, riprese il baule che per un momento aveva deposto a terra, ed entrambe, seguendo l’ombra proiettata dal muro, raggiunsero la volta. Eugenia fe’ nascondere Luigia in un angolo della porta, in modo che il portinaro, se per caso avesse voluto alzarsi, non avesse veduta che una persona. Indi offrendosi al pieno raggio del lampione che illuminava il cortile: — La porta! gridò ella colla sua più bella voce da contralto, battendo sulla invetriata. Il portinaro si alzò, come lo aveva preveduto Eugenia, e fece ancora qualche passo per riconoscere la persona che usciva, ma vedendo un giovinotto che batteva impazientemente il bastoncino sui calzoni, aprì sul momento. Luigia tosto si strisciò come un serpente dalla porta semi-aperta, e balzò leggermente di fuori. Eugenia, tranquilla in apparenza, quantunque, secondo ogni probabilità, il suo cuore contasse più pulsazioni che d’ordinario, uscì a sua volta. Passava un commissionario, fu incaricato di portare il baule; indi le due giovanette gl’indicarono come meta della loro corsa la strada della Vittoria n. 36. Esse camminarono dietro a quest’uomo, la cui presenza tranquillava Luigia; in quanto ad Eugenia, era forte come Giuditta, o come Dalila. Si giunse al numero indicato. Eugenia ordinò al commissionario di depositare il baule, gli regalò alcune monete, e dopo aver battuto ad una persiana, lo licenziò. Questa persiana era quella di una piccola curandaia di già prevenuta, che non era ancora andata a dormire. Ella aprì. — Madamigella, disse Eugenia, fate cavare dal portinaro la carrozza dalla rimessa, e mandate a prendere i cavalli al palazzo della posta. Ecco cinque fr. per l’incomodo che gli diamo.
— In vero, disse Luigia, ti ammiro, e direi quasi, ti rispetto. — La curandaia guardava con meraviglia; ma siccome era stato convenuto che vi sarebbero venti luigi per lei, non fece la più piccola osservazione. Un quarto d’ora dopo, il portinaro ritornava conducendo il postiglione ed i cavalli che, in un giro di mano, furono attaccati alla carrozza, sulla quale il portinaro assicurò il baule per mezzo di una corda e di uno strettoio.