Dantès mentre esaminava la scala, pensava a tutt’altro; un’idea gli si era affacciata alla mente. Quest’uomo così intelligente, così ingegnoso, così profondo avrebbe potuto forse rischiarare la causa della propria infelicità, nella quale egli non aveva mai potuto scorgere nulla.
— A che pensate voi? domandò Faria ridendo, e prendendo l’astrazione di Dantès per un atto di ammirazione portata al più alto grado.
— Io pensava primieramente ad una cosa, ed è la quantità enorme d’intelletto che voi avete dovuto impiegare per giungere al punto a cui siete arrivato; che avreste voi dunque fatto se foste stato libero?
— Forse niente: il mio cervello è troppo pieno, e forse si sarebbe svaporizzato in cose futili: necessita la disgrazia per scavare certe miniere misteriose nascoste nell’umano intelletto: vi bisogna la pressione per far scoppiare la polvere; la prigionia ha riunito in un sol punto tutte le mie facoltà vaganti da un lato e dall’altro; esse si urtarono in un angusto spazio; e voi lo sapete, dallo scontro delle nuvole risulta l’elettricità, dall’elettricità il lampo, dal lampo la luce.
— No, io non so niente, disse Dantès avvilito dalla sua ignoranza; una quantità delle vostre parole per me sono vuote di senso; voi siete ben felice di essere in tal modo istruito!
Faria sorrise. — Voi pensavate a due cose, mi diceste poco fa? ma non mi avete fatto conoscere che la prima, qual è la seconda? — La seconda è, che voi mi avete raccontata la vostra vita, ed io non vi ho raccontata la mia.
— La vostra vita, o giovine, è tanto corta che non può racchiudere avvenimenti di grand’importanza.
— Racchiude un immenso infortunio, un infortunio che non ho meritato; e vorrei potermela prendere con gli uomini per la mia infelicità. — Allora voi vi credete innocente del fatto che vi viene imputato? — Innocente del tutto, lo giuro sulla testa di mio padre e di Mercedès.
— Bene, disse Faria, chiudendo il nascondiglio e rispingendo il letto al suo posto, raccontatemi la vostra storia.
Dantès allora raccontò ciò che egli chiamava sua storia, e che si limitava ad un viaggio nell’India, e a due o tre viaggi in Levante; finalmente arrivò all’ultima sua traversata, alla morte del capitano Leclerc, al plico deputato pel gran Maresciallo, al colloquio avuto col medesimo, alla lettera da lui rimessagli per il sig. Noirtier, finalmente al suo arrivo a Marsiglia, alla sua visita al padre, ai suoi amori con Mercedès, al pranzo dello sposalizio, all’arresto, all’interrogatorio, alla prigionia provvisoria nel palazzo di giustizia, e finalmente alla prigionia definitiva al castello d’If. Giunto a questo punto, Dantès non sapeva più nulla, neppure il tempo da che era prigioniero.