— O uccidetevi! disse Eugenia col tuono e coll’atteggiamento di una di quelle vestali che nel circo ordinavano coll’indice al gladiatore vittorioso di finire l’avversario atterrato. — Andrea fremette e guardò la giovinetta con un sorriso di disprezzo col quale provò che la corruzione non comprendeva questa sublime ferocia dell’onore. — Uccidermi, disse egli gettando il coltello, per far che?

— Ma lo diceste, gridò la Danglars, sarete condannato a morte, e giustiziato come l’ultimo dei delinquenti.

— Bah! replicò Cavalcanti incrociando le braccia, si hanno amici. — Il brigadiere si avanzò verso di lui con la sciabola alla mano. — Andiamo, andiamo, disse Cavalcanti, acquietatevi, mio bravo uomo, non val la pena di fare tanto schiamazzo, perchè io mi arrendo. — Ed egli stese le sue mani alle manette. Le due giovanette guardarono con terrore questa schifosa metamorfosi che si operava sotto i loro occhi, l’uomo di società che si spogliava del suo inviluppo per ritornare un uomo di galera. Andrea si rivolse verso di esse, e col sorriso dell’impudenza: — Avete qualche commissione per il vostro sig. padre, madamigella Eugenia? disse egli, poichè secondo tutte le probabilità torno a Parigi. — Eugenia nascose la testa fra le mani. — Oh! oh! disse Andrea, non vi è ragione di essere vergognosa, ed io non son malcontento che abbiate presa la posta per corrermi dietro... non era forse quasi vostro marito? — e detto questo lazzo, Andrea uscì lasciando le due fuggitive in preda alle sofferenze dell’onta ed ai commentarii dell’assemblea. Un’ora dopo, vestite entrambe dei loro abiti da donna, montavano nel calesse da posta. Era stata chiusa la porta dell’albergo per sottrarle ai primi sguardi; ma non si potè evitare quando questa fu riaperta, di passare in mezzo ad una doppia fila di curiosi, cogli occhi fiammeggianti e le labbra mormoranti. Eugenia abbassò le tendine, ma se ella non vedeva più, sentiva ancora il rumore delle ingiurie che giungeva fino a lei. — Oh! perchè il mondo non è un deserto? gridò ella gettandosi nelle braccia di madamigella d’Armilly cogli occhi sfavillanti di rabbia, che facevano desiderare a Nerone che tutto il mondo romano avesse una sola testa per poterla tagliare di un colpo solo.

La dimane esse discesero all’albergo delle Fiandre a Bruxelles. Fin dal giorno innanzi Andrea era incarcerato alla Conciergerie.

XCVIII. — LA LEGGE.

Si è veduto con quale tranquillità madamigella Danglars e madamigella d’Armilly avevano potuto compiere la loro trasformazione, e la loro fuga: era perchè ciascuno si occupava dei proprii affari, in modo da non potersi incaricar di quelli degli altri. Lasceremo il banchiere col sudore alla fronte, porre in fila, dirimpetto al fantasma del fallimento, le enormi colonne del suo passivo, e seguiremo la baronessa che, dopo essere rimasta un momento schiacciata sotto la violenza del colpo che l’aveva atterrata, era andata a ritrovare il suo consigliere ordinario, il sig. Luciano Debray. Egli è che infatto la baronessa calcolava su questo matrimonio, per abbandonare finalmente la tutela che, con una figlia dell’indole di Eugenia, non cessava di essere molto penosa; egli è che in questa specie di contratti taciti che mantengono i legami di gerarchia in una famiglia, la madre non è realmente padrona di sua figlia, se non che a condizione di essere continuamente per essa un esempio di saggezza e un tipo di perfezione. Ora la sig.ª Danglars temeva la perspicacia di Eugenia, ed i consigli di madamigella d’Armilly; ella aveva sorpresi alcuni sguardi sdegnosi, lanciati da sua figlia a Debray, sguardi che sembravano significare che sua figlia conosceva tutto il mistero delle sue relazioni galanti e pecuniarie col segretario intimo, mentre che una interpretazione più sagace e più approfondita, avrebbe al contrario dimostrato alla baronessa, che Eugenia detestava Debray, non già perchè egli era nella casa paterna una pietra d’inciampo e di scandalo, ma perchè ella lo riguardava nella categoria di quei bipedi che Platone cercava di non chiamare più uomini, e che Diogene designava per parafrasi animali a due piedi e senza penne.

La sig.ª Danglars, nel suo modo di vedere, (e disgraziatamente a questo mondo tutti hanno il loro modo di vedere a sè proprio, che impedisce di vedere il modo con cui vedono gli altri) era dunque infinitamente dolente che fosse andato a monte anche questo matrimonio di Eugenia, non perchè esso fosse conveniente, bene accoppiato, e dovesse formare la felicità di sua figlia, ma perchè le rendeva tutta la sua libertà. Ella corse adunque, come lo abbiam detto, da Debray, che dopo avere, come tutta Parigi, assistito alla serata del contratto ed allo scandalo che ne era stata la conseguenza, si era affrettato di ritirarsi al suo club, ove con alcuni amici parlava dell’avvenimento che formava in quell’ora la conversazione di tre quarti di questa città eminentemente pettegola, che si chiama la capitale del mondo. Al momento in cui la sig.ª Danglars, vestita con un abito nero, e nascosta sotto un lungo velo, saliva la scala che conduceva all’appartamento di Debray, ad onta della certezza che le aveva data il portinaro che il giovine non era ancora rientrato, Debray si occupava a respingere le argomentazioni di un amico che tentava di provargli, che dopo il terribile scandalo che aveva avuto luogo, era suo dovere come amico di casa di sposare madamigella Eugenia Danglars e i suoi due milioni. Debray si difendeva come un uomo che non chiede che di esser vinto; poichè spesso questa idea si era presentata da sè stessa al suo spirito; ma siccome conosceva Eugenia, e la sua indole indipendente ed altiera, assumeva a quando a quando un’attitudine completamente difensiva, dicendo che questa unione era impossibile, lasciandosi tutta volta sordamente stuzzicare dalle idee cattive, che al dire di tutti i moralisti, preoccupano incessantemente l’uomo più probo e più puro, vegliando al fondo della sua anima.

Il thè, il giuoco, la conversazione importante, come si crederà, poichè vi si discutevano affari così gravi, durarono fino ad un’ora del mattino. Durante questo tempo, la sig.ª Danglars, introdotta dal cameriere di Luciano, aspettava velata e palpitante, nel piccolo salotto verde, fra due cestelle di fiori che ella stessa aveva inviate la mattina, e che Debray, bisogna dirlo, aveva egli stesso accomodate, distribuite, montate, con una cura, che fece perdonare la sua assenza alla povera donna. Alle undici e 40 minuti, la signora Danglars, stanca di attendere inutilmente, risalì in carrozza e si fece ricondurre a casa sua. Le donne di una certa condizione hanno questo di comune con le crestaie di buona avventura, che queste non ritornano ordinariamente mai dopo la mezza notte. La baronessa rientrò nel palazzo con tanta cautela, quanta ne aveva impiegata Eugenia nell’uscirne; ella salì leggermente, col cuore stretto, la scala del suo appartamento, contiguo, come si sa, a quello di Eugenia; temeva tanto di provocare qualche movimento, perchè credeva così fermamente, povera donna, rispettabile almeno in questo punto, all’innocenza di sua figlia, ed alla fedeltà del focolare paterno! Rientrata nelle sue stanze, ascoltò alla porta di Eugenia, indi, non sentendo alcun rumore, tentò di entrare; ma era stato messo il catenaccio. La sig.ª Danglars credè che Eugenia, stanca dalle forti emozioni della serata, si fosse messa in letto e che dormisse. Ella chiamò la cameriera, e la interrogò.

— Madamigella Eugenia, rispose la cameriera, è rientrata nel suo appartamento con madamigella d’Armilly, indi hanno preso il thè insieme, dopo di che mi hanno congedata dicendo che non avevano più bisogno di me. — Da questo momento la cameriera si era ritirata nella sua camera, e credeva, come tutti gli altri di casa, che le due giovanette fossero nel loro appartamento.

La sig.ª Danglars dunque andò a letto senza l’ombra di un sospetto; ma tranquilla sugl’individui, il suo spirito si portò sugli avvenimenti. A seconda che le idee si rischiaravamo nella sua testa, ingrandivano le proporzioni della scena del contratto: non era più uno scandalo, ma un fracasso, non era più un’onta, ma un’ignominia. Suo malgrado allora, la baronessa si ricordò che ella era stata senza pietà per la povera Mercedès, colpita non ha guari nel suo sposo e nel suo figlio di una sventura così grande. — Eugenia, diceva a se stessa, è perduta, e noi egualmente. L’affare tal quale sarà rappresentato, ci ricopre d’obbrobrio; poichè, in una società come la nostra, certe ridicolezze sono piaghe vive, sanguinose ed incurabili. Quale felicità, mormorava ella, che Dio abbia dato ad Eugenia un’indole così stravagante che mi ha fatto più di una volta tremare!