— Arrestato! gridò Villefort; è stato arrestato a Compiègne; è finito.
La sig.ª Danglars si alzò fredda e pallida:
— Addio, signore, diss’ella.
— Addio, signora, rispose il procurator del Re quasi allegro nel ricondurla fino alla porta. Indi ritornando allo scrittoio:
— Andiamo, diss’egli percuotendo la lettera col dorso della mano destra; aveva un falsario, aveva tre furti, aveva due incendi, non mi mancava che un assassinio, eccolo; la sessione sarà bella!
IC. — L’APPARIZIONE.
Come lo aveva detto il procurator del Re alla sig.ª Danglars, Valentina non era ancor rimessa. Spossata dalla fatica, ella era infatto obbligata a letto, e fu nella sua camera, e dalla bocca della sig.ª de Villefort, ch’ella seppe gli avvenimenti che abbiam raccontati, vale a dire, la fuga di Eugenia e l’arresto di Cavalcanti, o piuttosto di Benedetto, come portava contro di lui l’accusa d’assassinio. Ma Valentina era così debole, che questo racconto non le fece forse tutto quell’effetto che avrebbe prodotto su lei, quando fosse stata nel pieno possesso della sua salute. Infatto, non furono che vaghe idee, formule irrisolute, mischiate a strani pensieri, ed a fantasmi fuggitivi, quali sono quelli che nascono in un cervello malato, o che passano davanti agli occhi, ma ben presto si cancellano, per lasciar riprendere tutte le loro forze alle sensazioni personali.
Durante il giorno, Valentina era ancora mantenuta nella realtà dalla presenza di Noirtier, che si faceva portare nella camera di sua nipote, e si tratteneva là covando Valentina col suo sguardo paterno; indi, quando ritornava da Palazzo, era a sua volta il sig. de Villefort che passava una o due ore fra suo padre e sua figlia. Alle sei Villefort si ritirava nel suo gabinetto; alle otto veniva il sig. d’Avrigny che portava da sè stesso la pozione della notte, preparata per la giovanetta; indi Noirtier veniva trasportato nelle sue stanze. Allora un’infermiera scelta dal dottore, sostituiva tutti, ed essa stessa non si ritirava, che verso le dieci o le undici, quando Valentina si era addormentata. Nel discendere rimetteva le chiavi della camera di Valentina al sig. de Villefort stesso, di modo che non si poteva più entrare dalla malata, se non che traversando dall’appartamento della sig.ª de Villefort, e dalla camera del piccolo Edoardo. Morrel veniva tutte le mattine da Noirtier, per sentire le notizie di Valentina; ma Morrel, cosa straordinaria, sembrava di giorno in giorno meno inquieto. Prima di tutto perchè di giorno in giorno Valentina, quantunque in preda ad una esaltazione nervosa, stava meglio; indi Monte-Cristo non gli aveva detto, quando tutto perduto corse a lui, che se in due ore Valentina non era morta, era salva? Ora, Valentina viveva ancora, ed erano passati quattro giorni. Questa esaltazione nervosa, di cui abbiam parlato, perseguitava Valentina fino nel suo sonno, o piuttosto nello stato di sonnolenza che succedeva alla veglia: era allora che nel silenzio della notte e nella mezza oscurità che lasciava regnare il lume notturno posto sul caminetto, che bruciava nel suo inviluppo d’alabastro, essa vedeva passare quelle ombre che vanno a popolare la camera dei malati, e che scuotono la febbre dalle loro ali fremebonde. Allora le sembrava di vedere a volte Morrel che le stendeva le braccia, a volte degli esseri quasi stranieri alla sua vista ordinaria, come il conte di Monte-Cristo; non vi era fino ai mobili, che in questi momenti di delirio, non le sembrassero muoversi, ed errare: e ciò durava così fino alle due o alle tre dopo la mezza notte, momento in cui un sonno di piombo s’impadroniva della giovanetta, e la conduceva fino a giorno. La sera che seguiva quella mattina, in cui Valentina aveva appreso la fuga di Eugenia e l’arresto di Benedetto, ed in cui, dopo essersi immischiati un momento alle sensazioni della propria esistenza, questi avvenimenti cominciavano ad uscire a poco a poco dal suo pensiero, dopo la successiva realtà di Villefort, di d’Avrigny, e di Noirtier, mentre che suonavano le undici all’orologio di San Filippo di Roule, e che l’infermiera, dopo aver messa alla portata della mano della malata la bevanda preparata dal dottore, e chiusa la porta della camera, ascoltava fremendo, nella camera da lavoro ove era ritirata, i comentari dei domestici, ed arricchiva la sua memoria delle lugubri istorie, che da tre mesi spaventavano le serate dell’anticamera del procurator del Re, una scena inattesa accadeva in questa camera chiusa tanto accuratamente. Erano già dieci minuti circa che la infermiera si era ritirata. Valentina, in preda da un’ora a quella febbre che ritornava ogni notte, lasciava la testa, non più sottomessa alla sua volontà, continuare quel lavorio attivo monotono ed implacabile del cervello che si affatica a riprodurre incessantemente gli stessi pensieri o a generare le stesse immagini. Dal lucignolo del lume notturno si slanciavano mille e mille raggi tutti abbelliti di strane significazioni, quando d’un subito al suo riflesso tremulo, Valentina credè vedere la scansia dei suoi libri, posta di fianco al caminetto in uno scavo del muro, aprirsi lentamente, senza che i cardini sui quali essa sembrava raggirarsi producessero il minimo rumore. In altri tempi Valentina avrebbe afferrato il campanello, e ne avrebbe tirato il cordone per chiamare soccorso: ma niente la meravigliava più nella situazione in cui si ritrovava. Ella aveva la coscienza che tutte queste visioni che la circondavano erano le figlie del suo delirio, e questa convinzione le era venuta da ciò, che la mattina non era mai rimasta alcuna traccia di tutti quei fantasmi della notte che sparivano col giorno.
Dietro la porta comparve una figura umana. Valentina si era, mercè la sua febbre, troppo familiarizzata con questa specie di apparizione per spaventarsi; ella aperse soltanto due grand’occhi sperando di riconoscere Morrel.
La figura continuò ad avanzarsi verso il letto, indi si fermò, e parve ascoltare con profonda attenzione.