— Sì, replicò Noirtier.
— E ci guiderete? gridò il giovine. Ascoltiamo, sig. d’Avrigny, ascoltiamo. — Noirtier indirizzò all’infelice Morrel un sorriso malinconico, uno di quei sorrisi con gli occhi che tante volte avevan resa felice Valentina, e in tal modo fissò la sua attenzione: indi, avendo attaccati, per così dire, gli occhi del suo interlocutore ai suoi, li voltò verso la porta.
— Volete che io esca, signore? gridò dolorosamente Morrel.
— Sì! fece Noirtier. — Ahimè! ahimè! signore, ma abbiate dunque pietà di me! — Gli occhi del vecchio restarono irremovibilmente fissi verso la porta.
— Potrò almeno ritornare? domandò Morrel.
— Sì. — Debbo uscir solo? — No. — Chi deve dunque venir meco, il sig. procuratore del Re? — No.
— Il dottore? — Sì. — Volete restar solo col sig. de Villefort? — Sì. — Ma potrà egli capirvi? — Sì.
— Oh! disse il sig. de Villefort quasi contento che la contestazione si facesse a quattr’occhi; oh! siate tranquillo, capisco benissimo mio padre. — E mentre diceva così, con una viva espressione di gioia, gli sbattevano i denti con violenza. D’Avrigny prese il braccio di Morrel, e trascinò il giovine nella camera vicina. Si fece allora in tutta quella casa un silenzio più profondo di quello della morte.
Finalmente, in capo ad un quarto d’ora, si fece sentire un passo vacillante, e Villefort comparve sulla soglia del salotto ove si trattenevano d’Avrigny e Morrel, l’uno assorto, l’altro soffocato: — Venite, diss’egli.
E li ricondusse presso il seggio di Noirtier.