— Sì, l’ho saputo dai domestici che fuggivano di casa: si chiamava Valentina, ed ho già cominciato a pregar per lei.
— Grazie, grazie, signore, disse d’Avrigny; e poichè avete di già cominciato ad esercitare il santo vostro ministero, degnatevi di continuarlo: vi sederete vicino alla morta, e tutta una famiglia sepolta nel lutto vi sarà grandemente riconoscente.
— Vi vado, signore, ed oso dire, che non saranno mai state fatte preghiere più fervide delle mie. — D’Avrigny prese l’abate per la mano, e senza incontrare Villefort, chiuso nel suo gabinetto, lo condusse fino alla camera di Valentina, della quale i becchini non dovevano impadronirsi che la sera susseguente. Entrando nella camera, lo sguardo di Noirtier si era abbattuto in quello dell’abate, e senza dubbio credè leggervi qualche cosa di particolare, perchè non lo lasciò più. D’Avrigny raccomandò al prete non solo la morta, ma anche il vivo, ed il prete gli promise di dare le sue preghiere alla morta, e di prestare le sue cure a Noirtier. L’abate vi si obbligò solennemente, e, senza dubbio, per non essere disturbato nelle sue preghiere, e perchè Noirtier non fosse disturbato nel suo dolore, andò tosto che d’Avrigny ebbe lasciata la camera, a chiudere le serrature, non solo della porta dalla quale era uscito d’Avrigny, ma ancor di quella che metteva nelle stanze della sig.ª de Villefort.
CIII. — LA FIRMA DI DANGLARS.
Il giorno dopo sorse tristo e nuvoloso. I becchini nella notte avevano compito il loro funebre ufficio, accomodato il corpo, deposto sul letto, avvolto nel sudario che ricuopre lugubremente i trapassati, prestando loro (che che si dica di eguaglianza in faccia alla morte) un’ultima testimonianza del lusso ch’essi amavano durante la vita.
Il sudario non era altro che una pezza di magnifica battista, che la giovanetta aveva comprata quindici giorni prima. Nella serata, uomini chiamati a questo effetto avevano trasportato Noirtier dalla camera di Valentina nella sua, e, contro ogni aspettativa, il vecchio non aveva fatta alcuna difficoltà ad allontanarsi dal corpo di sua nipote.
L’abate Busoni aveva vegliato fino a giorno, ed a giorno si era ritirato in casa sua senza chiamar nessuno.
Verso le otto della mattina, d’Avrigny era ritornato; egli aveva incontrato Villefort che passava da Noirtier, e lo aveva accompagnato per sapere in che modo il vecchio aveva passata la notte. Essi lo ritrovarono nel suo gran seggio, che gli serviva ancora di letto, dormendo un sonno dolce e quasi sorridente. Entrambi si fermarono maravigliati sul limitare della porta. — Osservate, disse d’Avrigny a Villefort che guardava suo padre addormentato; osservate, la natura sa calmare i più vivi dolori, certamente non si dirà che Noirtier non amava sua nipote, eppure egli dorme.
— Sì, ed avete ragione rispose Villefort con sorpresa, egli dorme, ed è strano, poichè la più piccola contrarietà lo tiene svegliato delle notti intere.
— Il dolore lo ha atterrato, replicò d’Avrigny.