Ed entrambi ritornavano pensierosi al gabinetto del procuratore del Re: — Osservate! non ho dormito, disse Villefort mostrando a d’Avrigny il suo letto intatto; il dolore non mi ha atterrato: son due notti che non dormo; ma invece, guardate il mio scrittoio, ho io scritto, mio Dio! in queste due notti?... ho sfogliato filze, ho annotato quest’atto d’accusa contro Benedetto!... oh! lavoro, lavoro, lavoro! mia gioia, mia rabbia, appartiene a te l’atterrare tutti i miei dolori! — E strinse convulsivamente la mano a d’Avrigny.

— Avete voi bisogno di me? domandò il dottore.

— No, soltanto vi prego di ritornare alle undici; a mezzo giorno ha luogo.... la partenza... mio Dio! povera la mia figlia! povera figlia mia! — Il procuratore del Re ritornando uomo, alzò gli occhi al cielo e mandò un sospiro.

— Sarete voi nella sala di ricevimento?

— No, ho un cugino che s’incarica di questo tristo onore: io lavorerò, dottore, quando lavoro tutto sparisce.

Infatto il dottore non era giunto alla porta, che il procurator del Re si era messo al lavoro. Sulla scalinata d’Avrigny incontrò questo parente di cui gli aveva parlato Villefort; personaggio insignificante in questa storia, come in quella famiglia, uno di quegli esseri che sono destinati nascendo a rappresentare in società la parte della inutilità.

Era puntuale, vestito di nero, col velo crespo al braccio, e si era portato da suo cugino con una figura che si era fatta, e che contava di conservare finchè vi fosse stato bisogno, per lasciarla poi in seguito. All’undici le carrozze funebri rumoreggiavano sul selciato del cortile, e la strada del sobborgo Sant’Onorato si riempiva del mormorio della folla, avida egualmente delle gioie e dei lutti dei ricchi, e che corre ad un mortorio pomposo colla stessa fretta che al matrimonio di una duchessa. A poco a poco la sala mortuaria si riempì, e si vide giungere da prima una parte delle nostre antiche conoscenze, come sarebbe Debray, Beauchamp, Château-Renaud, quindi tutte le persone più illustri del tribunale, delle camere, della letteratura, dell’esercito, poichè il sig. de Villefort occupava il primo rango di un’alta posizione sociale, meno per la sua carica, che per i suoi meriti personali.

Il cugino stava alla porta e faceva entrare tutti, e per gl’indifferenti era un gran sollievo, bisogna dirlo, quello di ritrovar là una persona indifferente, che non esigeva dagl’invitati una fisonomia mentita, o false lagrime, come avrebbe fatto un padre, un fratello, un fidanzato.

Quelli che si conoscevano si chiamavano collo sguardo e si riunivano in gruppi. Uno di questi gruppi era composto di Debray, di Château-Renaud, e di Beauchamp. — Povera giovanetta! disse Debray pagando, del resto, come ciascuno, quasi suo malgrado, un tributo a questo doloroso avvenimento. Povera giovanetta! così ricca! così bella! Lo avreste pensato, Château-Renaud, quando venimmo, circa due settimane o un mese al più, per firmare il contratto, che poi non fu firmato?

— In fede mia no, disse Château-Renaud.