— Tanto ricco, caro barone, che le vostre ricchezze rassomigliano alle piramidi; se si vogliono demolire, nessuno l’osa, su qualcuno l’osasse, nol potrebbe.
Danglars sorrise sulla bonomia del conte. — Ciò mi ricorda, diss’egli, che quando siete entrato io stava facendo cinque piccoli boni. Ne aveva già firmati due, volete permettermi di fare gli altri tre?
— Fate, mio caro barone, fate. — Vi fu un momento di silenzio, durante il quale s’intese stridere la penna del banchiere, mentre che Monte-Cristo guardava gl’intagli dorati del soffitto.
— Boni di Spagna, disse Monte-Cristo, di Haïti, di Napoli?
— No, disse Danglars col suo viso singolare, boni ai latore, sulla banca di Francia; osservate, aggiuns’egli, sig. conte, voi che siete l’imperatore della finanza, se io ne sono il re. Avete veduti molti pezzi di questa grandezza che valgono ciascuno un milione? — Monte-Cristo prese in mano, come per pesarli, i cinque pezzi di carta che gli presentava orgogliosamente Danglars, e lesse:
«Piaccia al sig. Reggente della Banca di far pagare al mio ordine, e sui fondi da me depositati la somma di un milione, valuta in conto,
«Barone Danglars»
— Uno, due, tre, quattro e cinque, fece Monte-Cristo, cinque milioni, in che modo lavorate, sig. Creso!
— Ecco come faccio gli affari! disse Danglars.
— È meraviglioso, se soprattutto, come non dubito, questa somma vien pagata in contanti. — Essa lo sarà.