— Posso dunque conservare questi biglietti?
— Sì, disse Danglars asciugandosi il sudore che gli stillava dai capelli; conservateli, conservateli.
Monte-Cristo rimise i cinque biglietti in saccoccia con quell’intraducibile movimento che vuol dire:
— Diamine! rifletteteci, se vi pentite, siete ancora in tempo.
— No, disse Danglars, no, conservate la mia firma. Ma lo sapete, nessuno è tanto pieno di formalità quanto un uomo di danaro; io destinava questi fondi agli ospizii, e per un momento avrei creduto derubarli, non dando loro precisamente questi; come uno scudo non valesse quanto un altro scudo. Scusate! — E si mise a ridere rumorosamente, ma di un riso nervoso.
— Io scuso, disse graziosamente Monte-Cristo, e metto in saccoccia. — E mise i boni dentro al suo portafogli.
— Ma, disse Danglars, v’è ancora una somma di cento mila fr.
— Oh! bagattella, disse Monte-Cristo, l’aggio deve montar circa a questa somma, tenetela, e sarem pari.
— Conte, disse Danglars, parlate sul serio? — Monte-Cristo lo guardò con una serietà che toccava l’impertinenza. E s’incamminava verso la porta, giusto nel punto in cui il cameriere annunziava il sig. de Boville, ricevitor generale degli ospizii. — In fede mia, disse Monte-Cristo, sembra che io sia giunto in tempo per goder delle vostre firme, esse sono in disputa. — Danglars impallidì una seconda volta, e si affrettò a prendere congedo dal conte; il quale rispose con un cerimonioso saluto a quello di de Boville, che stava in piedi nella camera da ricevimento, e che, passato Monte-Cristo, fu subito introdotto nel gabinetto del sig. Danglars. Si sarebbe potuto vedere il viso così serio del conte illuminarsi di un passeggiero sorriso nel vedere il portafogli che teneva in mano il ricevitore degli ospizii. Alla porta ritrovò la sua carrozza, e si fece condurre sul momento alla banca.
In questo mentre Danglars, comprimendo tutta la sua emozione, veniva incontro al ricevitor generale.