Non fa mestieri di dire che il sorriso e la graziosità erano profondamente impresse sulle labbra di lui.
— Buon giorno, diss’egli, mio caro creditore, poichè scommetterei ch’è il creditore che giunge.
— Avete indovinato giustamente, sig. barone, disse il sig. de Boville; gli ospizii si presentano a voi nella mia persona. Gli ammalati, le vedove, gli orfani vengono per mio mezzo a domandarvi una elemosina di cinque milioni.
— E si dice che gli orfani son da compiangere! disse Danglars prolungando lo scherzo! poveri fanciulli!
— Eccomi che vengo in loro nome: disse il sig. de Boville; dovete aver ricevuta la mia lettera di ieri? — Sì.
— Sono qui colla mia ricevuta.
— Mio caro sig. de Boville, disse Danglars, i vostri malati, le vostre vedove, i vostri orfani avranno, se acconsentite, la bontà d’aspettare ventiquattr’ore, che il sig. di Monte-Cristo, che voi avete veduto uscir di qui... n’è vero?
— Sì, ebbene? — Ebbene il sig. di Monte-Cristo portava seco i loro cinque milioni. — In che modo?
— Il conte aveva un credito illimitato su di me, credito aperto dalla casa Thomson e French di Roma; egli è venuto a domandarmi la somma di cinque milioni in un sol colpo; gli ho dato un bono sulla banca: i miei fondi stanno deposti là, e capirete che io temerei, ritirando dalle mani del Reggente dieci milioni tutti in un giorno, non avesse a sembrare cosa troppo strana. In due giorni, aggiunse Danglars sorridendo, è affare diverso.
— Allora dunque, gridò il sig. de Boville col tuono di una completa incredulità, cinque milioni a quel signore che è uscito poco fa, e che mi ha salutato come se lo conoscessi?