CIV. — IL CIMITERO DEL PADRE LACHAISE.
Il sig. de Boville aveva di fatto incontrato il convoglio funebre che conduceva Valentina all’ultima sua dimora.
Il tempo era tetro e nuvoloso; un vento ancora tiepido, ma di già mortale per le foglie ingiallite, le staccava dai rami poco a poco spogliati, e le faceva veleggiare sulla folla immensa che ingombrava i baluardi. Il sig. de Villefort, puro parigino, riguardava il cimitero del Padre-Lachaise, come il solo degno di ricevere le spoglie mortali di una famiglia parigina. Gli altri gli sembravano cimiteri da campagna, appartamenti ammobigliati della morte. Soltanto al Padre-Lachaise un trapassato di buona società poteva essere alloggiato come in casa sua. Come abbiam veduto, egli aveva comprato la concessione a perpetuità sulla quale s’innalzava il monumento popolato così prontamente da tutti i morti della sua prima famiglia. Si leggeva sul frontone del mausoleo:
FAMIGLIA SAINT-MÉRAN E VILLEFORT
Perchè tale era stata l’ultima volontà della povera Renata madre di Valentina. Era dunque verso il Padre-Lachaise che s’incamminava il pomposo corteggio, partito dal sobborgo Sant’Onorato. Fu traversato tutto Parigi, fu preso pel sobborgo del Tempio, indi pei baluardi esterni fino al cimitero. Più di 50 carrozze padronali seguivano venti carrozze di lutto, e dietro a queste 50 carrozze, più di 500 persone ancora camminavano a piedi. Erano quasi tutti giovinetti che questa morte di Valentina aveva colpiti come un fulmine, e che, ad onta del vapore ghiacciale del secolo, e del prosaismo del tempo soffrirono l’influenza poetica di questa bella, di questa casta, di questa adorabile giovanetta, divelta nel suo fiore. All’uscire di Parigi si vide giungere rapidamente una carrozza trasportata da quattro cavalli, che d’improvviso si fermarono, irrigidendo i loro nervosi garetti, come fossero state suste d’acciaio: era il sig. di Monte-Cristo. Il conte discese di carrozza, e venne a confondersi fra la folla che camminava a piedi dietro il carro funebre. Château-Renaud lo scoperse, discese subito dal suo coupé e venne ad unirsi a lui, Beauchamp egualmente lasciò il cabriolet di rimessa nel quale si ritrovava. Il conte guardava attentamente fra tutti gli interstizii che lasciava la folla; egli cercava visibilmente qualcuno; finalmente non potè più contenersi. — Ov’è Morrel? domandò egli. Qualcuno di voi, signori, sa niente ove sia?
— Ci siam già fatti questa domanda fin dalla casa mortuaria, disse Château-Renaud, poichè nessun di noi lo ha scorto.
Il conte tacque, ma continuò a guardare intorno a sè. Finalmente si giunse al cimitero. L’occhio penetrante di Monte-Cristo guardò in tutti i boschetti, e ben presto perdè tutte le inquietudini: un’ombra aveva strisciato sotto i neri cipressi, e Monte-Cristo senza dubbio scopriva in essa l’oggetto che cercava. Si sa che cosa è un seppellimento in questa città di morti: gruppi neri disseminati nei bianchi viali, un silenzio del cielo e della terra, rotto soltanto dal rumore dello spezzarsi di qualche ramo, dell’affondarsi di qualche siepe intorno alla tomba; poi il canto malinconico dei preti al quale viene qua e là mischiato un singhiozzo sfuggito da un cespuglio di fiori, sotto il quale si vede qualche donna prostrata con le mani giunte. L’ombra che aveva notata Monte-Cristo traversò rapidamente il sentiero che passava dietro la tomba di Abelardo ed Eloisa e venne a situarsi, cogli assistenti ai becchini alla testa dei cavalli che trascinavano il corpo, e del medesimo passo pervenne alla direzione scelta per la sepoltura. Ciascuno guardava qualche cosa. Monte-Cristo non guardava che quest’ombra appena osservata da quelli che l’avvicinavano.
Due volte il conte uscì dalle file per vedere se le mani di quest’uomo cercavano qualche arma nascosta nei propri abiti. Quest’ombra, quando il corteo si fermò, fu riconosciuta esser quella di Morrel che, coll’abito nero abbottonato fino al collo, la fronte livida, le guance solcate, il cappello ammaccato in più posti dalle sue mani convulsive, si era appoggiato ad un albero situato sur un rialto che dominava il mausoleo, in modo da non perdere alcuno dei particolari della funebre cerimonia che si compiva. Tutto terminò secondo l’uso. Alcuni uomini, e, come sempre, erano i meno impressionati, alcuni uomini pronunciarono dei discorsi. Gli uni compiansero questa morte prematura; gli altri si estesero sul dolore di suo padre; ve ne furono degl’ingegnosi per ritrovar che questa giovanetta aveva più di una volta sollecitato il sig. de Villefort in favor di quei colpevoli sulla testa dei quali egli teneva alzata la spada della giustizia; finalmente si terminarono le metafore fiorite ed i periodi dolorosi, cementando in tutti i modi le sentenze di Malherbe e Duperier. Monte-Cristo nulla ascoltava, nulla vedeva, o piuttosto non vedeva che Morrel, di cui la calma e l’immobilità formavano uno spettacolo spaventoso per colui che solo poteva leggere ciò che accadeva nel fondo del cuore del giovine ufficiale.
— Osserva, disse d’improvviso Beauchamp a Debray, ecco là Morrel! dove diavolo si è andato a cacciare! — Ed essi lo fecero notare a Château-Renaud. — Come è pallido! disse questi fremendo.
— Avrà freddo, replicò Debray.