— No, disse lentamente Château-Renaud, credo che sia commosso: egli è un uomo impressionabilissimo.
— Bah! disse Debray, appena conosceva madamigella de Villefort; l’avete detto voi stesso.
— È vero. Però, mi ricordo che al ballo della sig.ª de Morcerf ha ballato tre volte con lei; sapete, conte, che a quel ballo voi produceste un grande effetto?
— No, non lo so, rispose Monte-Cristo, senza sapere a che rispondeva, nè a chi, tanto era occupato a sorvegliare Morrel, le cui guance si animavano come accade a quelli che comprimono realmente la loro respirazione.
— I discorsi son finiti; addio, signori, disse bruscamente il conte. — E dette il segnale della partenza, sparendo senza saper per dove fosse passato. La festa mortuaria era terminata, e gli assistenti ripresero la strada di Parigi. Château-Renaud solo cercò un momento Morrel con gli occhi; ma, mentre aveva seguito il conte con gli occhi al punto che si allontanava, Morrel aveva lasciato il suo posto, e Château-Renaud, dopo averlo invano cercato, aveva seguito Debray e Beauchamp. Monte-Cristo si era gettato fra i tigli, e nascosto dietro una larga tomba, spiava fino il più piccolo movimento di Morrel, che a poco a poco si accostò al Mausoleo, abbandonato prima dai curiosi e poi dagli operai. Morrel guardò d’intorno a lui lentamente e vagamente, ma al momento in cui il suo sguardo abbracciava la parte di cerchio opposta alla sua, Monte-Cristo si riavvicinò ancora di una diecina di passi senza essere stato veduto. Il giovine s’inginocchiò. Il conte col collo teso, l’occhio fisso e dilatato, i calcagni piegati come per islanciarsi al primo segnale, continuava ad avvicinarsi a Morrel. Morrel chinò la fronte fin sulla pietra, abbracciò il cancello con ambe le mani, e mormorò: — Oh! Valentina! — Il cuore del conte fu spezzato dalla esplosione di queste due sole parole; egli fece anche un passo, e battendo sulla spalla di Morrel: — Siete voi, amico caro, disse egli; io vi cercava. — Monte-Cristo si aspettava rimproveri e recriminazioni: egli s’ingannava. Morrel si voltò dalla sua parte e con una calma apparente: — Il vedete, disse egli, io pregava! — Lo sguardo scrutatore di Monte-Cristo percorse il giovine dai piedi alla testa. Dopo questo esame sembrò più tranquillo. — Volete che vi riconduca a Parigi? disse egli.
— No, grazie. — Finalmente desiderate qualche cosa?
— Lasciatemi pregare. — Il conte si inginocchiò senza fare una sola obbiezione, ma fu per prendere un nuovo posto di dove egli non perdeva un sol gesto di Morrel, che finalmente si alzò, si pulì i ginocchi imbianchiti dalla polvere, e riprese la strada di Parigi, senza voltare una sola volta la testa. Massimiliano discese lentamente la strada della Roquette. Il conte rimandò la carrozza, che stazionava alla porta del cimitero, e lo seguì a cento passi di distanza.
Massimiliano traversò il canale, e rientrò nella strada Meslay per la parte dei baluardi. Cinque minuti dopo che la porta fu chiusa da Morrel, ella si riaprì per Monte-Cristo.
Giulia era all’entrata del giardino, ove guardava colla più profonda attenzione mastro Penelon che, prendendo la sua professione di giardiniere sul serio, lavorava intorno ad un rosaio del Bengal. — Ah! sig. conte di Monte-Cristo! gridò ella con quella gioia che manifestava d’ordinario ciascun membro della famiglia, quando Monte-Cristo faceva visita nella strada Meslay.
— Massimiliano è entrato ora, n’è vero, signora? dimandò il conte.