— Credo di averlo veduto passare, sì, riprese la giovine sposa; ma vi prego, chiamate Emmanuele.
— Perdono, signora, bisogna che io salga al momento da Massimiliano, replicò Monte-Cristo; ho da dirgli qualche cosa della più alta importanza.
— Andate dunque, fece ella, accompagnandolo con suo grazioso sorriso fin che non fu disparso per le scale.
Monte-Cristo raggiunse ben presto il secondo piano, che separava il pian terreno dall’appartamento di Massimiliano. Giunto sul pianerottolo ascoltò, nessun rumore si faceva sentire. Come nella maggior parte delle case antiche abitate da un sol padrone, il pianerottolo non era chiuso che da una sola porta coi vetri, alla quale non v’era chiave. Massimiliano si era rinchiuso per di dentro, ed era impossibile penetrare al di là della porta, una tendina di seta rossa foderava i vetri. L’ansietà del conte si manifestò per mezzo di un vivo rossore, sintomo di emozione poco ordinario presso questo uomo impassibile. — Che fare? mormorò egli. — E riflettè un minuto: — Suonare? riprese egli; Oh! no! spesso il rumore di un campanello, vale a dire di una visita, accelera la risoluzione di quelli che si ritrovano nella situazione in cui dev’essere Massimiliano in questo momento ed allora al rumore del campanello risponde un altro rumore. — Monte-Cristo fremette dalla testa ai piedi, e siccome in lui la risoluzione aveva la rapidità del lampo, dette un colpo col gomito contro un cristallo della invetrata, che andò in pezzi, indi sollevò la tendina, e vide Morrel davanti ad uno scrittoio con una penna in mano, che aveva fatto uno sbalzo sulla sua sedia al rumore del cristallo rotto. — Non è niente, disse il conte, mille perdoni! caro amico, ho scivolato, e nello scivolare ho percosso col gomito sul cristallo; poichè è rotto me ne approfitto per entrare da voi, non v’incomodate. — E passando il braccio dal vano prodotto per la rottura del vetro, il conte aprì la porta. Morrel si alzò evidentemente contrariato, e venne incontro a Monte-Cristo più per barricargli il passaggio che per andarlo a ricevere: — In fede mia; disse Monte-Cristo strofinandosi il gomito, la colpa è dei vostri domestici, i vostri pianciti sono lisciati come gli specchi.
— Vi siete ferito, signore? domandò freddamente Morrel.
— Non so. Ma che facevate dunque là? scrivevate? — Io?
— Voi avete le dita macchiate d’inchiostro.
— Sì, è vero, rispose Morrel, ciò mi accade qualche volta, quantunque io sia militare. — Monte-Cristo fece qualche passo nell’appartamento, e Massimiliano fu obbligato di lasciarlo passare, ma lo seguì. — Voi scrivevate? riprese Monte-Cristo con uno sguardo impacciante per la sua immobilità.
— Ho già avuto l’onore di dirvi di sì, disse Morrel.
Il conte gettò uno sguardo intorno a sè. — Le vostre pistole di fianco al calamaio? disse egli, mostrando col dito a Morrel le armi poste sul suo scrittoio.