— Or bene! tutto adesso per me è più chiaro di questo raggio trasparente e luminoso. Povero ragazzo! povero giovinotto! e questo magistrato era buono con voi? egli ha bruciata, annientata la lettera? egli vi ha fatto giurare di non pronunziar mai il nome di Noirtier?

— Sì. — Noirtier, povero cieco che siete, sapete chi era questo Noirtier?... questo Noirtier era suo padre!

Un fulmine caduto ai piedi di Dantès, che gli avesse spalancato un abisso nel fondo del quale si fosse aperto l’inferno, non avrebbe prodotto un effetto così pronto, così elettrico, così opprimente quanto queste inattese parole; si alzò, afferrandosi la testa fra le mani quasi avesse voluto impedire che scoppiasse: Suo padre!... suo padre!... gridò egli.

— Sì, suo padre... si chiama Noirtier de Villefort, soggiunse Faria. Allora una luce folgorante passò per la mente del prigioniero; tutto ciò che gli era rimasto oscuro venne in quel punto illuminato da una chiarezza risplendente. Le tergiversazioni di Villefort durante l’interrogatorio, la lettera distrutta, il giuramento richiesto, la voce quasi supplicante del magistrato, che in vece di minacciare sembrava implorare, tutto gli ritornò al pensiero. Egli gittò un grido, traballò come un ubbriaco, poi slanciandosi all’apertura che dalla cella di Faria conduceva alla sua: — Oh! diss’egli mi necessita esser solo, per poter pensare a tutto ciò. — E arrivando nella sua segreta cadde sul letto, ove il carceriere lo ritrovò la sera, assiso cogli occhi fissi, i lineamenti contratti, immobile e muto come una statua. Nelle ore di meditazione che per lui erano passate come minuti secondi, aveva presa una terribile risoluzione e fatto un formidabile giuramento! Per mantenere questo giuramento e mandare ad effetto questa risoluzione bisognava supporre che un giorno sarebbe libero! Una voce venne a togliere Dantès da questa estasi, era quella di Faria, che dopo la visita del carceriere, veniva ad invitare Dantès a cenare con lui. La sua riconosciuta qualità di pazzo e particolarmente di pazzo delirante, procurava al vecchio prigioniero qualche privilegio come sarebbe quello di avere il pane un poco più bianco, ed una piccola bottiglia di vino la domenica. Or per caso era quello un giorno di domenica, e Faria veniva ad invitare il giovine compagno a far parte del suo vino e del suo pane: Dantès lo seguì: tutte le linee del viso si erano ricomposte, ed avevano ripreso la loro consueta abitudine, ma con una durezza e fermezza tale (se si può dire) che manifestavano una risoluzione già presa.

Faria lo guardò fissamente:

— Sono mortificato di avervi aiutato nelle vostre ricerche e di avervi detto ciò che vi ho detto. — Perchè? domandò Dantès. — Perchè vi ho infiltrato nel cuore un sentimento che prima non vi era; la vendetta. — Dantès sorrise.

— Parliamo d’altro; diss’egli.

Faria lo guardò ancora un momento e tentennò tristamente la testa; quindi come lo aveva pregato Dantès, parlò di altro. Il vecchio prigioniero era uno di quegli uomini la cui conversazione, come quella di coloro che hanno molto sofferto, contiene molti insegnamenti, e racchiude un interessamento continuo; ma egli non era egoista, e questo infelice non parlava mai delle sue disgrazie. Dantès ascoltava ciascuna delle sue parole con ammirazione: alcune corrispondevano alle idee che già aveva, ed a sua conoscenza per lo stato di marinaro; le altre appartenevano a cose a lui sconosciute, ed a guisa di quelle aurore boreali che rischiarano i navigatori nelle latitudini australi, mostravano al giovine dei paesi sconosciuti e dei nuovi orizzonti, illuminati da chiarore fantastico. Dantès concepì la felicità di cui doveva godere un’organizzazione intelligente a seguire questo spirito elevato sulle eminenze morali, filosofiche, e sociali sulle quali d’abitudine posavasi. — Voi dovreste insegnarmi un poco di quanto sapete, disse Dantès, non fosse altro che per non annoiarvi meco. Mi sembra che dobbiate preferire la solitudine ad un compagno senza educazione e senza cognizioni come sono io. Se vi acconsentite vi prometto di non parlarvi più di fuga.

Faria sorrise. — Ahimè! figlio mio, diss’egli, la scienza umana è molto limitata, e dopo avervi imparato le matematiche, la fisica, la storia, e le tre o quattro lingue vive che io parlo, voi sapreste quello che so io; ora tutta questa scienza potrei farla passare dal mio spirito nel vostro in due anni.

— Due anni! disse Dantès, credete che io possa imparare tutte queste cose in due anni?