I ladri si guardarono con un sordo mormorio, e una tempesta, provocata più dalle parole del guardiano che da quelle di Andrea, cominciò a rumoreggiare intorno al prigioniero aristocratico. Il guardiano, sicuro di poter padroneggiare il susurro, quando il tumulto si facesse troppo forte, li lasciava poco a poco alterarsi per fare un brutto giuoco all’importuno sollecitatore, e procurarsi così una ricreazione durante la lunga guardia della sua giornata.
Di già i ladri si avvicinavano ad Andrea, parte dicendo:
— La ciabatta! la ciabatta! — Crudele operazione, che consisteva a torturare con colpi non già di ciabatta, ma di scarpa ferrata, un confratello caduto in disgrazia di questi signori. Gli altri proponevano l’anguilla; altro genere di ricreazione che consisteva nel riempire di sabbia, di sassolini, e di grossi soldi, quando ne avevano, un fazzoletto attorcigliato, che i carnefici scaricano come un flagello sulle spalle e la testa del paziente. — Frustiamo il bel signore, dissero alcuni altri, il sig. uomo onesto! — Ma Andrea, volgendosi verso di loro, fece d’occhietto, gonfiò colla lingua la sua guancia, e fe sentire un scoppietto con la lingua, che equivaleva a mille segni di convenzione, fra banditi, costretti a tacersi. Questo era un segno massonico che gli era stato insegnato da Caderousse. Essi lo riconobbero per uno dei loro. Tosto i fazzoletti ricaddero, la ciabatta ferrata rientrò nel piede del principale aguzzino. S’intese qualche voce proclamare che il signore aveva ragione, che il signore poteva a modo suo essere un uomo onesto, e che i prigionieri volevano dare l’esempio di libertà di coscienza.
L’ammutinamento addietrò. Il guardiano ne fu talmente stupefatto che prese tosto Andrea per le mani e si mise a frugarlo, attribuendo a qualche manifestazione più significante, di quel che all’affascinazione, questo cambiamento subitaneo degli abitanti della fossa dei Leoni. Andrea si lasciò frugare non senza fare forti proteste. D’improvviso una voce si fe’ subito sentire dalla porta: — Benedetto! gridò un ispettore. — Il guardiano lasciò la sua preda. — Mi chiamano! disse Andrea. — Al parlatorio! disse la voce.
— Vedete se vengo visitato?.. Oh! mio signore, starete a vedere se si può impunemente trattare un Cavalcanti come un uomo ordinario! — Ed Andrea, traversando il cortile come un’ombra, si precipitò alla porta, lasciando nella ammirazione i suoi confratelli ed il guardiano. Era di fatto chiamato al parlatorio, ed era cosa da meravigliarsene anche dallo stesso Andrea; poichè l’astuto giovinetto, nel suo entrare alla Force, invece di usare, come le genti comuni, del benefizio di poter scrivere per farsi reclamare, aveva osservato il più stoico silenzio. — Io sono, diceva egli, evidentemente protetto da qualche potente; tutto me lo prova: questa fortuna improvvisa, la facilità con cui ho appianato tutti gli ostacoli, una famiglia improvvisata, un nome illustre divenuto mia proprietà, l’oro che pioveva a me dintorno, le alleanze più magnifiche promesse alla mia ambizione. Un momentaneo obblìo della mia fortuna, l’assenza del mio protettore mi han perduto, ma non del tutto, non per sempre! La mano si è ritirata per un momento, essa deve ritornare su di me, o riafferrarmi di nuovo al momento in cui mi credeva vicino a piombare nel precipizio. Perchè arrischierò un’ultima imprudenza nello scrivere? forse mi alienerei il mio protettore! Egli possiede due mezzi per togliermi d’impaccio; l’evasione misteriosa comprata a prezzo d’oro, o sforzare la mano ai giudici per ottener la mia assoluzione. Aspettiamo a parlare ed operare che mi sia provato che sono stato abbandonato, e allora...
Andrea aveva fabbricato il suo disegno, che ben si può credere abile; il disgraziato era intrepido all’attacco, ed astuto nella difesa. La miseria della prigione in comune, le privazioni di ogni genere, egli le aveva sopportate; però poco a poco il suo naturale, o piuttosto l’abitudine aveva preso il sopravvento. Andrea soffriva per ritrovarsi nudo, sporco, affamato, il tempo per lui era lungo. Fu in questo momento di noia che l’ispettore lo chiamò al parlatorio. Andrea sentì il suo cuore balzare di gioia. Era troppo presto perchè quella fosse una chiamata del suo giudice istruttore, e troppo tardi perchè fosse una chiamata del direttore delle prigioni o del medico. Dietro l’inferriata del parlatorio, ove Andrea fu introdotto, egli scoperse, coi suoi grand’occhi, dilatati ancor più da un’avida curiosità, la figura cupa ed intelligente di Bertuccio, che guardava con una dolorosa meraviglia le inferriate, le porte sprangate, e l’ombra che si agitava dietro le sbarre incrociate.
— Ah! fece Andrea toccato nel cuore.
— Buon giorno, Benedetto, disse Bertuccio colla sua voce chiara e sonora. — Voi! voi! disse il giovine guardando con ispavento intorno a sè. — Tu non mi conosci più? disse Bertuccio, disgraziato! — Silenzio! ma silenzio dunque! fece Andrea che conosceva la finezza dell’udito di quelle muraglie. Mio Dio, non parlate così ad alta voce!
— Tu vorresti parlar meco, disse Bertuccio, da solo a solo, non è vero? — Sì, sì! disse Andrea. — Sta bene.
E Bertuccio frugando nella saccoccia, fece un segno ad un guardiano che si vedeva dietro la invetriata di un finestrello: — Leggete! diss’egli.