— Che cosa è quello? disse Andrea.

— L’ordine di condurti in una camera e di installarviti, e di lasciarmi comunicare liberamente teco.

— Oh! fece Andrea, balzando di gioia. — E subito dopo, ripiegandosi su sè stesso, diceva: — Ancora il protettore sconosciuto! io non son dimenticato! si cerca il segreto, da poichè mi si vuol parlare in una camera isolata. Essi sono in mio potere... Bertuccio è stato inviato dal protettore!

Il guardiano conferì un momento con un superiore, indi aprì le due porte sprangate, e li condusse in una camera del primo piano che guardava nel cortile; Andrea non stava più in sè dalla gioia. La camera era imbiancata a calce, come è l’uso delle prigioni; aveva un aspetto di allegria che sembrava raggiante al prigioniere. Un braciere, un letto, una cassa, una tavola, ne formavano il sontuoso mobilio. Bertuccio si assise sulla cassa, Andrea si gettò sul letto; il guardiano si ritirò.

— Sentiamo, disse l’intendente, che cosa hai da dirmi?

— E voi? disse Andrea.

— Ma parla prima...

— Oh! no; siete voi che avete molte cose da dirmi; poichè siete venuto a trovarmi.

— Ebbene! sia. Tu hai continuato il corso delle tue scelleratezze; hai rubato, hai assassinato...

— Buono! Se è per dirmi tali cose che mi avete fatto condurre in una camera appartata, tanto valeva che non v’incomodaste; so tutte queste cose. Ve ne sono altre invece che non so. Parliamo di quelle, se vi aggrada. Chi vi ha mandato?