— Oh! oh! voi andate per le corte, sig. Benedetto.

— Non è vero? e alla meta. Soprattutto risparmiamo le inutili parole. Chi vi manda? — Nessuno.

— E come sapeste che io era in prigione?

— È molto tempo che ti aveva riconosciuto per quell’insolente zerbinotto che guidava tanto leggiadramente un cavallo ai Campi-Elisi.

— I Campi-Elisi... Ah! ah! noi bruciamo, come si dice al giuoco della pinzetta... I Campi-Elisi!... A noi, parliamo un poco di mio padre, lo volete?

— Chi sono io, dunque?

— Voi, mio bravo signore, siete mio padre adottivo... Ma non siete voi, m’immagino, che avete disposto in mio favore di un centinaio di mille fr. che ho divorati in pochi mesi; non siete voi che mi avete provveduto di un padre italiano e gentiluomo; non siete stato voi che mi avete fatto entrare nella società, e invitato ad un certo pranzo, che parmi ancora di mangiare, ad Auteuil, colla miglior compagnia di Parigi, con un certo procuratore del re, di cui ho avuto grandissimo torto a non coltivar la conoscenza, che in questo momento mi sarebbe stata utile; non siete stato voi finalmente che mi avete fatto garanzia per uno o due milioni, quando mi è accaduto l’accidente fatale della scoperta del vaso delle rose... Sentiamo, parlate, stimabile Corso, parlate...

— Che vuoi tu ch’io ti dica? — Io ti aiuterò. Parlavi dei Campi-Elisi poco fa, mio degno padre putativo. — Ebbene?

— Ebbene! ai Campi-Elisi vi abita un signore molto ricco.

— In casa del quale tu hai rubato ed assassinato, n’è vero? — Io credo di sì. — Il sig. conte di Monte-Cristo.