— Siete voi che lo avete nominato, come dice Racine... Ebbene! debbo gettarmi fra le sue braccia, soffocarlo contro il petto gridando: «Padre mio! padre mio!» come dice Pixérécourt?
— Non scherziamo, rispose gravemente Bertuccio, e che un tal nome non sia qui in tal modo pronunziato.
— Bah! fece Andrea un poco stordito dal sussiego e dall’attitudine del sig. Bertuccio, e perchè no?
— Perchè colui, che porta questo nome, è troppo favorito dal cielo per essere il padre di un miserabile qual siete.
— Oh! oh! gran paroloni!... — E grandi effetti se non avrete riguardi. — Minacce!... non temo niente... io dirò... — Credete voi di avere a che fare con dei pigmei della vostra specie? disse Bertuccio con un tuono così tranquillo, ed uno sguardo così sicuro, che Andrea ne fu commosso fino al profondo delle viscere. Credete di aver che fare coi vostri scellerati compagni di galera, o coi vostri ingenui ingannati della società?... Benedetto, siete in mani terribili; esse vogliono bensì aprirsi per soccorrervi, profittatene. Non scherzate però col fulmine che per un momento depongono ma che possono riprendere, se tentate di incomodarle nel libero loro movimento.
— Padre mio... voglio sapere chi è mio padre... disse l’ostinato; vi morirò, se abbisogna, ma lo saprò. Che può fare a me lo scandalo? del bene... del credito... dei reclami... come dice Beauchamp il giornalista. Ma voi altri, persone dell’alta società, avete sempre qualche cosa da perdere nello scandalo, ad onta dei vostri milioni, e dei vostri stemmi gentilizi... A noi, chi è mio padre?
— Son venuto per dirtelo.
— Ah! gridò Benedetto con gli occhi scintillanti di gioia.
In questo momento si aprì la porta, ed il carceriere indirizzandosi a Bertuccio. — Perdono, signore, diss’egli, ma il giudice d’istruzione aspetta il prigioniere.
— È la chiusura del mio interrogatorio, disse Andrea al degno intendente, al diavolo l’importuno!