Villefort attirato da una invincibile attrazione, come l’uccello è attirato dal serpente, si avvicinò alla casa; e secondo che si avvicinava, lo sguardo di Noirtier si abbassava seguendolo, ed il fuoco delle sue pupille sembrava prendere un tal grado di incandescenza, che Villefort si sentiva divorato da lui fino al fondo del cuore. Infatto si leggeva in questo sguardo un sanguinoso rimprovero, e nello stesso tempo una terribile minaccia. Allora le pupille e gli occhi di Noirtier si alzarono al cielo come se ricordasse a suo figlio un giuramento dimenticato. — Sta bene! signore, replicò Villefort dal fondo del cortile, sta bene! abbiate pazienza anche per un giorno; ciò che ho detto è detto.

Noirtier parve sedato da queste parole, e i suoi occhi si voltarono con indifferenza da un’altra parte.

Villefort si sbottonò violentemente l’abito che lo soffocava, si passò una mano livida sulla fronte e rientrò nel suo gabinetto. La notte scorse fredda e tranquilla; tutti andarono a letto e dormirono come d’ordinario in questa casa. Solo, come egualmente d’ordinario, Villefort non andò in letto quando vi andarono gli altri, e lavorò fino alle cinque del mattino, per riveder gli ultimi interrogatorii fatti il giorno innanzi dai magistrati istruttori, e confrontare le deposizioni dei testimonii, ed a spargere la chiarezza in tutto il suo atto d’accusa, uno dei più energici, e dei più abilmente concepiti che avesse mai esteso.

Era la dimane il lunedì in cui doveva aver luogo la prima seduta della Corte delle Assise. Quel giorno, Villefort lo vide spuntare tetro e sinistro, e la sua luce bluastra venne a far rilucere sulla carta le linee tracciate con l’inchiostro rosso. Il magistrato che si era per un momento addormito, mentre la sua lucerna mandava gli ultimi sospiri, si risvegliò al crepitio del lucignolo che stava per ispegnersi, colle dita umide ed imporporate come se le avesse intinte nel sangue: aprì la finestra, una gran striscia color d’arancio traversava in lontano il cielo e troncava in due l’ombra dei sottili pioppi che si disegnavano sull’orizzonte. Nel campo del trifoglio, al di là del cancello dei marroni, un’allodola saliva verso il cielo, facendo sentire il suo canto chiaro e mattutino. L’aria umida dell’alba inondò la testa di Villefort, e gli rinfrescò la memoria:

— Sarà per oggi, diss’egli con uno sforzo; oggi l’uomo che terrà la spada della giustizia nella sua mano, deve colpire ovunque si ritrovano dei colpevoli.

I suoi sguardi si portarono suo malgrado in traccia della finestra di Noirtier, la finestra in cui il giorno innanzi aveva veduto il vecchio. La tenda era tirata.

Eppure l’immagine di suo padre gli era talmente presente, che si voltò a questa finestra chiusa come se fosse stata aperta, e tuttor vedesse il vecchio in atto di minacciare.

— Sì, mormorò egli, sì, sii tranquillo.

La testa gli cadde sul petto, e colla testa così inchinata, fe’ il giro del gabinetto, indi finalmente si gettò vestito sur un sofà, meno per dormire che per ammorbidire le sue membra intirizzite dalla fatica, e dal freddo del lavoro che penetra fin dentro la midolla delle ossa.

Un poco per volta tutti gl’individui della famiglia si risvegliarono: Villefort, dal suo gabinetto, intese i successivi rumori che costituiscono, per così dire, la vita della casa, le porte messe in movimento, il tintinnio del campanello della sig.ª de Villefort che chiamava la cameriera, i primi gridi del fanciullo che si alzava allegro e contento, come sogliono fare tutti i fanciulli della sua età.