Villefort suonò egli pure. Il nuovo cameriere entrò da lui portandogli i giornali ed una tazza di cioccolata.
— Che cosa mi portate? domandò Villefort.
— Una tazza di cioccolata. — Non l’ho domandata, chi si prende dunque questa cura di me?
— La signora; ella ha detto che il signore oggi parlerà molto senza dubbio nella causa dell’assassinio, e che avrà bisogno di rinforzarsi.
Ed il cameriere depose sulla tavola vicina al sofà, tavola come tutte le altre sopraccaricata di carte, la tazza d’argento dorata. Il cameriere uscì. Villefort guardò un momento la tazza con sembiante cupo, indi d’un subito la prese con un movimento convulsivo, e ne bevve d’un solo fiato il contenuto. Si sarebbe detto che egli sperava che questa bevanda fosse stata mortale, e che chiamava la morte per liberarlo da un dovere che gli comandava una cosa più difficile del morire: indi si alzò e passeggiò pel suo gabinetto con una specie di sorriso, terribile a vedersi. Il cioccolato era inoffensivo, ed il sig. de Villefort non ne provò alcun danno. L’ora della colazione giunse, ed il sig. de Villefort non comparve a tavola. Il cameriere rientrò nel gabinetto. — La sig.ª fa avvisato il signore, disse egli, che sono suonate le undici, e che l’udienza è per mezzogiorno.
— Ebbene! fece Villefort, avanti?
— La signora ha fatta la sua toletta: ella è pronta, e chiede se andrà in compagnia del signore?
— E dove? — Al palazzo. — Per far che?
— La sig.ª dice che desidera assistere a questa seduta.
— Ah! fece Villefort con un accento quasi spaventoso, il desidera! — Il domestico rinculò di un passo: — Se il signore desidera uscire solo, andrò a dirlo alla signora.