Villefort restò un momento muto, egli si raschiava colle unghie la pallida guancia circondata da una barba nera ebano. — Dite alla signora, rispose egli finalmente, che io desidero di parlarle, e che la prego di aspettarmi nelle sue camere. — Sì, signore. — Poi ritornate per farmi la barba e per vestirmi. — Sul momento. — Il cameriere disparve di fatto per ricomparire, fece la barba a Villefort, e lo aiutò a vestirsi solennemente di nero. Indi quando ciò fu finito:
— La signora ha detto che ella aspettava il signore tosto che avesse finito di vestirsi.
— Vi vado. — E Villefort, colle filze di carte sotto il braccio, col cappello in mano, si diresse verso l’appartamento di sua moglie. Alla porta egli si fermò, si asciugò col fazzoletto il sudore che gli colava sulla livida fronte. Indi spinse la porta. La sig.ª de Villefort era assisa sur un divano, sfogliando con impazienza dei giornali e degli opuscoli che il giovine Edoardo si divertiva a mettere in pezzi, prima ancora che sua madre avesse avuto il tempo di terminarne la lettura. Ella era completamente vestita per uscire; il cappello l’aspettava posto sopra una sedia, ella aveva messo i guanti. — Ah! eccovi finalmente, disse colla sua voce naturale e tranquilla; mio Dio! quanto siete pallido, signore! dunque lavorate tutta la notte? perchè non siete venuto a far colazione con noi? Ebbene! mi condurrete voi, o andrò sola con Edoardo? — La sig.ª de Villefort, come si vede, aveva moltiplicate le domande per ottenere una risposta; ma il sig. de Villefort era rimasto freddo e muto come una statua. — Edoardo, disse Villefort fissando sul fanciullo uno sguardo imperativo, andate a scherzare nella sala, bisogna che io parli a vostra madre. — La sig.ª de Villefort vedendo questo freddo portamento, questo tuono risoluto, questi preparativi preliminari assai strani, fremette. Edoardo aveva alzata la testa, aveva guardato sua madre, vedendo che ella non confermava l’ordine del sig. de Villefort, si era rimesso a tagliar la testa ai suoi soldati di piombo. — Edoardo! gridò il sig. de Villefort così rozzamente che il fanciullo balzò sul tappeto, mi capite? andate!
Il fanciullo, che non era abituato a questo trattamento, si alzò in piedi ed impallidì, sarebbe stato difficile il dire se era la collera o la paura. Suo padre andò da lui, lo prese per un braccio, e lo baciò sulla fronte: — Va, diss’egli, figlio mio, va. — Il sig. de Villefort andò alla porta e la chiuse dietro a lui con doppio giro di chiave. — Oh! mio Dio, fece la giovano sposa guardando suo marito fin nel profondo dell’anima, e sforzando un sorriso che agghiacciò l’impassibilità di Villefort, che c’è dunque?
— Signora, dove mettete il veleno di cui vi servite ordinariamente? — articolò chiaramente e senza preamboli il magistrato, postosi fra la moglie e la porta. La sig.ª de Villefort provò ciò che deve provare la lodola quando vede il falco restringere i suoi cerchi mortali sulla testa. Un tuono rauco, tronco, che non era nè un grido nè un sospiro, le sfuggì dal petto, ed ella impallidì fino a diventar livida.
— Signore, disse ella, io.... io non capisco. — E siccome si era sollevata in un parossismo di terrore, in un secondo parossismo, senza dubbio più forte del primo, si lasciò ricadere sul cuscino del divano. — Io vi domandava, continuò Villefort con voce perfettamente tranquilla, in qual luogo nascondete il veleno col quale avete ucciso mio suocero il sig. di Saint-Méran, mia suocera, Barrois, e mia figlia Valentina.
— Ah! gridò la sig.ª de Villefort giungendo le mani, che dite mai? — Non appartiene a voi l’interrogarmi, a voi sta il rispondere!
— Al giudice o al marito? balbettò la sig.ª de Villefort.
— Al giudice, signora! al giudice! — Era uno spettacolo terribile il vedere il pallore di questa donna, l’angoscia del suo sguardo, il tremito di tutto il suo corpo.
— Ah! signore! mormorò ella, ah! signore!:.. e non disse altro.