— Io! uccidere mio figlio! gridò questa madre selvaggia slanciandosi verso Villefort; io uccidere il mio Edoardo!... ah! ah! ah! — Ed un riso spaventoso, un riso di demonio, un riso di pazza compì la frase e si perdè in un rantolo sanguinoso. La sig.ª de Villefort era caduta ai piedi di suo marito. Villefort si era avvicinato a lei: — Pensateci, signora, diss’egli, se al mio ritorno non è stata fatta giustizia, vi denunzio di mia propria bocca, e vi arresto colle mie proprie mani. — Ella ascoltava anelante, abbattuta, oppressa; il suo occhio solo viveva in lei e copriva un fuoco terribile. — Voi mi capite! disse Villefort; vado alla seduta per chiedere la morte d’un’assassino... Se al mio ritorno vi ritrovo viva, questa sera dormirete alla Conciergerie. — La sig.ª de Villefort mandò un sospiro, i suoi nervi si distesero, ella stramazzò sul tappeto. Il procurator del Re sembrò provare un movimento di pietà, la guardò men severamente, ed inchinandosi leggermente ad essa: — Addio, signora, diss’egli; addio! — Questo addio cadde come un coltello mortale sul cuore della sig.ª de Villefort. Ella svenne. Il procurator del Re uscì, e, nell’uscire, chiuse la porta a doppio giro.

CVIII. — LE ASSISE.

L’affare di Benedetto, come si diceva allora al Palazzo e nella società, aveva prodotto una enorme sensazione. Uno dei frequentatori del Caffè di Parigi, del baluardo di Gand, e del bosco di Boulogne, il falso Cavalcanti, durante il tempo che era rimasto a Parigi, e nei due o tre mesi in cui aveva fatto un mondo di conoscenze. I giornali avevano raccontato le diverse stazioni del prevenuto nella sua vita di galera; ne risultava la più viva curiosità, in tutti coloro particolarmente che avevan conosciuto di persona il principe Andrea Cavalcanti; per cui questi erano soprattutto risoluti ad arrischiare qualunque cosa per andare a vedere sul banco degli accusati il sig. Benedetto, l’assassino del suo compagno di catena. Per molte persone, Benedetto era se non una vittima, almeno un errore della giustizia: si era veduto a Parigi il sig. Cavalcanti padre, e si aspettava di vederlo di nuovo comparire per reclamare il suo illustre rampollo. Un buon numero di persone che non avevano mai inteso parlare del famoso soprabito alla polacca col quale era sbarcato presso il conte di Monte-Cristo, si erano sentiti colpire dall’aria di dignità, dalla nobiltà, e dalla scienza di mondo che aveva mostrato il vecchio patrizio, il quale, bisogna dirlo, sembrava un signore perfetto, tutte le volte che non parlava o non faceva calcoli d’aritmetica.

In quanto allo stesso accusato, molte persone si ricordavano di averlo veduto così amabile, così bello, così prodigo, ch’essi amavan meglio credere qualche macchinazione per parte di un nemico, come se ne trova in questo mondo, in cui le grandi fortune elevano i mezzi di fare il male ed il bene all’altezza del maraviglioso ed alla potenza dell’inaudito. Ciascuno accorse adunque alla seduta della Corte delle Assise, gli uni per gustare lo spettacolo, gli altri per commentarlo. Fin dalle sette del mattino si faceva la fila al cancello, ed un’ora prima dell’apertura della seduta, la sala era già piena di persone privilegiate. Prima dell’ingresso della Corte, e qualche volta anche dopo, una sala d’udienza nei giorni dei grandi processi rassomiglia molto ad una sala di conversazione, in cui molte persone si riconoscono, si parlano, quando sono abbastanza vicini da non perdere i loro posti, si fanno segni quando son separati da un troppo gran numero di popolo, d’avvocati e di gendarmi. Era una di quelle magnifiche giornate di autunno che qualche volta ci compensano di un’estate assente o accorciata; le nubi che il sig. de Villefort aveva vedute la mattina velare il sole nascente, si erano dissipate come per magìa, e lasciavano risplendere in tutta la sua purezza uno degli ultimi, uno dei più bei giorni di settembre.

Beauchamp, uno dei re della stampa e che per conseguenza ha il suo trono da per tutto, guardava coll’occhialino a dritta e a sinistra. Egli scoperse Château-Renaud e Debray che eran giunti a guadagnarsi le buone grazie di un sergente di città, e lo avevano risoluto a mettersi dietro di loro invece di stargli davanti, come sarebbe stato di suo diritto. Il degno messo aveva odorato il segretario intimo del ministro ed il milionario; egli si mostrò pieno di riguardi per i suoi nobili vicini, e lor permise anche di andare a fare una visita a Beauchamp, promettendo di conservare loro i posti. — Ebbene! disse Beauchamp, noi dunque veniamo a vedere il nostro amico!

— Eh! mio Dio! sì! rispose Debray, questo degno principe; vadano al diavolo tutti i principi senza principato.

— Un uomo che ha avuto Dante per genealogista, e che rimonta alla Divina Commedia!

— Nobiltà da corda, disse flemmaticamente Château-Renaud. — Egli sarà condannato, n’è vero? domandò Debray.

— Eh! caro mio, rispose il giornalista, è a voi, mi sembra, che bisogna domandarlo: voi conoscete meglio di noi l’aria degli uffizii; avete veduto il presidente all’ultima soirée del vostro ministro?

— Sì. — E che vi ha detto? — Una cosa che vi maraviglierà.