— Ah! parlate dunque presto, amico caro, è tanto tempo che non abbiam più detto niente su questo argomento.
— Ebbene! mi ha detto che Benedetto, che si ritiene come una fenice di astuzia, come un gigante di furberia, non è che un borsaiolo molto subalterno, molto stupido, e del tutto indegno delle esperienze che si faranno, dopo la sua morte sopra i suoi organi frenologici.
— Bah! fece Beauchamp; egli però rappresentava molto passabilmente la parte di principe.
— Per voi Beauchamp, che detestate questi disgraziati principi e che siete incantato ogni qual volta potete ritrovare in loro dei modi cattivi; ma non per me che adoro per istinto la nobiltà, e che rilevo una famiglia aristocratica, qualunque ella sia, da vero bracco del blasone.
— Così, non avete mai creduto al suo principato?
— Alla sua aria da principe, sì... al suo principato no.
— Non c’è male, disse Debray; vi assicuro che per tutt’altri che per voi poteva passare; l’ho veduto dai ministri.
— Ah! sì, disse Château-Renaud; sì davvero che i nostri ministri se ne intendono di principi!
— Vi è del buon senso in quanto dite Château-Renaud, rispose Beauchamp ridendo clamorosamente; la frase è corta, ma bella: vi chiedo il permesso di poterne usare nel mio rendi-conto.
— Prendetela, mio caro Beauchamp, disse Château-Renaud, vi regalo la mia frase per quanto vale.