Tra tutti quelli spettatori che erano stati attirati sul Buitenhof dalla esecuzione di Van Baerle, e che la faccenda come l’era andata, dissestava non poco, certamente il più dissestato era un certo borghigiano vestito propriamente, e che fin dalla mattina aveva così ben lavorato di mani e di piedi, che avea fatto tanto da non essere separato dal palco che dalla fila di soldati, che chiudevano l’istrumento del supplizio.
Erasi mostrato molto avido di vedere scorrere il perfido sangue del colpevole Cornelio; ma nessuno nella espressione del funesto desiderio avea mostrato l’accanimento del borghigiano in questione.
I più arrabbiati erano venuti alla punta del giorno sul Buitenhof per avere un posto migliore; ma costui più arrabbiato degli arrabbiati aveva passato la notte alla soglia della prigione, e dalla prigione era arrivato alla prima fila, come abbiamo detto, unguibus et rostro, graffiando gli uni, urtando gli altri.
E quando il boia ebbe condotto il suo condannato sul palco, il borghigiano montato sul parapetto della fontana per meglio vedere ed essere meglio veduto, aveva fatto al carnefice un gesto che significava:
— È fissato, eh?
Gesto al quale il boia aveva risposto con un altro gesto che voleva dire:
— Sta bene.
Chi era dunque il borghigiano che pareva tanto intrinseco del boia, e che voleva dire tal ricambio di gesto?
Niente di più naturale; il borghigiano era Isacco Boxtel, che dopo l’arresto di Cornelio, come abbiamo visto, era venuto all’Aya per far di tutto onde appropriarsi i tre talli del tulipano nero.
Boxtel aveva sulle prime pensato di interessarvi Grifo; ma costui in quanto a fedeltà, a diffidenza e a mancinate aveva del bouledogue. Aveva in conseguenza preso contropelo l’odio di Boxtel, avealo battezzato come un ardente amico che figurando indifferenza si maneggiasse certamente di trovare un qualche mezzo di fare evadere il prigioniero.