— Impieghiamola anche meglio, disse Rosa, sorridendo. Insegnatemi a leggere e a scrivere; profitterò delle vostre lezioni, credetemelo, e così non saremo noi più mai separati che per nostra mera volontà.

— Oh! allora, esclamò Cornelio, abbiamo l’eternità dinanzi a noi.

Rosa sorrise e alzò dolcemente le spalle.

— Che volete restare per sempre in prigione? E dopo avervi donato la vita, non potrebbe sua Altezza ridarvi la libertà? Allora tornereste in possesso dei vostri beni? E come sarete ricco? E una volta libero e ricco, sdegnerete abbassare lo sguardo, quando passerete a cavallo o in carrozza, sulla infima Rosa, figlia d’un carceriere, quanto dire poco meno che del boia?

Cornelio voleva protestare, e certo avrebbelo fatto di tutto cuore e nella sincerità dì un’anima traboccante d’amore; ma la giovinetta lo interruppe, dimandandogli sorridendo:

— Come va il vostro tulipano?

Parlare a Cornelio del suo tulipano era il vero mezzo per Rosa di fargli dimenticare anche lei.

— Ma bene assai, diss’egli; la pellicola annerì, la fermentazione è cominciata, le vene del tallo riscaldansi e ingrossansi; da qui a otto giorni, e forse innanzi, si potranno distinguere le prime protuberanze della germinazione.... E il vostro Rosa?

— Oh! io ho fatto le cose in grande e secondo le vostre indicazioni.

— Vediamo, Rosa, che cosa avete fatto? disse Cornelio col guardo ardente, l’alito quasi anelante come nella sera, che i suoi occhi avevano arso il viso e il suo alito il cuore di Rosa.