— Io ho, disse la giovinetta (perchè in fondo del cuore non aveva potuto vedere e studiare il doppio amore del prigioniero, per lei e pel tulipano nero), ho fatto le cose in grande; mi sono preparata un’aiola spolta, lungi dagli alberi e dai muri, in una terra leggermente sabbiosa, piuttosto umida che arida, senza un grano di ghiaia, senza un sassolino, e mi sono composta una casella, come me l’avete descritta.

— Bene, bene, o Rosa.

— Il terreno in tal guisa preparato aspetta le vostre prescrizioni. Alla prima buona giornata mi direte di piantare il mio tallo, e io lo pianterò; sapete che io debbo fare la mia piantagione dopo di voi, perchè ho tutto più favorevole, aria buona, sole, e abbondanza di succhi terrestri.

— È vero, è vero! esclamò Cornelio, stropicciandosi tutt’allegro le mani; e voi siete una buona scolara, o Rosa, e guadagnerete certamente i vostri cento mila fiorini.

— Non dimenticate dunque, disse Rosa ridendo, che la vostra scolara, giacchè così mi chiamate, ha ancora un’altra cosa a imparare oltre la coltura dei tulipani.

— Sì, sì, e mi preme quanto a voi, o bella Rosa, che voi sappiate leggere.

— Quando cominceremo?

— Subito.

— No, dimani.

— Perchè dimani?