E Rosa, scesa nella sua stanza, ripassava sola nella mente sua le lezioni di lettura, e nella sua anima contemporaneamente le non confesse lezioni di amore.

Una sera venne più tardi del solito una mezz’ora. Gli era un caso troppo grave perchè Cornelio non s’informasse prima di tutto della causa del ritardo.

— Oh! non mi sgridate, disse la giovinetta; non ci ho colpa. Mio padre ha rinnovato la sua conoscenza a Loevestein con un buonuomo, che era venuto frequentemente all’Aya a sollecitarlo per vedere la prigione. È un buon diavolo, amicone del fiasco, e narratore di graziose istorielle, e di soprappiù largo di tasca da non mai ricusare lo scotto.

— Non lo conoscete per altro? domandò Cornelio sorpreso.

— No; solo da circa quindici giorni mio padre è affollato dalle assidue visite di questa nuova conoscenza.

— Oh! disse Cornelio scuotendo la testa con inquietudine (avvegnachè ogni nuovo avvenimento gli presagisse una catastrofe) qualche spia del genere di quelli, che si mandano nelle fortezze per sorvegliare insieme prigionieri e custodi.

— Non lo credo affatto, rispose sorridendo Rosa; se questo bravuomo spia qualcheduno, non è certo mio padre.

— E chi allora?

— Me, per esempio.

— Voi?