— Oh! certo, pretesto, perchè oggi ancora che potrebbe far valere la medesima ragione, dappoichè siete ridivenuto il prigioniero di mio padre, o piuttosto che mio padre è ridivenuto vostro carceriere, non ricerca più di voi; ma bene al contrario jeri l’intesi dire a mio padre che non vi conosce niente affatto.

— Continuate, o Rosa, ve ne prego, che io mi picco d’indovinare chi sia e che voglia costui.

— Siete sicuro, signor Cornelio, che nessuno dei vostri si possa interessare per voi?

— Non ho amici, o Rosa, fuorchè la mia balia, che ormai siete di conoscenza. Ahimè! la povera Zug senza finzione verrebbe da sè, e piangendo direbbe a vostro padre o a voi: «Caro signore, o cara signorina, il mio figlio è qui, vedete come io sono disperata, lasciatemelo vedere solamente per un’ora, e per tutta la mia vita pregherò Dio per voi». Oh! no, continuò Cornelio, oh! no, a meno della mia buona Zug, non ho amici al mondo.

— Io torno dunque al mio primo pensiero e tanto più che ieri al tramontare del sole, essendo io a preparare la casella per dove piantare il vostro tallo, vidi un’ombra che per la porta socchiusa strisciavasi dietro i sambuchi e gli albereti. Feci finta di non vedere, ma gli era il nostr’uomo. Si nascose, vedendomi rivoltare la terra; e certo era bene io che egli seguiva, che egli spiava. Io non diedi un colpo di rastro, non toccai un briciolo di terra che egli non guardasse con tanti di occhi.

— Oh! sì, sì, gli è un amoroso, disse Cornelio. È giovine, bello?

E fissò avidamente Rosa aspettando con impazienza la di lei risposta!

— Giovine! bello? esclamò Rosa dando in uno scoppio di risa. Gli è orrendo di viso, ripiegato di corpo, di cinquant’anni di età, e si vergogna guardarmi e parlare a voce alta.

— E si chiama?

— Giacobbe Gisels.