Un grido arrestollo, un grido di pianto e di angoscia, che cacciò di dietro al carceriere dalla graticola la povera Rosa, pallida, tremante, con le braccia alzate verso il cielo e interposte tra il padre e l’amico.
Cornelio lasciossi cadere il vaso che s’infranse in mille pezzi con un fracasso spaventevole. E allora Grifo comprese il pericolo che aveva corso, onde scese a terribili minacce.
— Oh! bisogna, gli disse Cornelio, che voi siate un uomo ben vile e ben perverso, per strappare a un povero prigioniero la sua unica consolazione, una cipolletta di tulipano!
— Olà! babbo mio, soggiunse Rosa, gli è un delitto che voi avete commesso.
— Ah! siete voi fanciulla! gridò rivolgendosi verso la figlia il vecchio tutto bollente di collera, mischiatevi de’ fatti vostri, e prima di tutto scendete al più presto.
— Infelice! infelice! continuava Cornelio disperato.
— Alla fin dei conti non è che un tulipano, soggiunse Grifo un po’ piccato. Vi se ne darà quanti volete, dei tulipani; ne ho da trecento nel mio stanzone.
— Oh diavolo! i vostri tulipani! esclamò Cornelio. Essi per voi hanno un prezzo, e li apprezzate. Oh! corpo di mille milioni! se li avessi io, li darei per quello che avete schiacciato così.
— Ah! ah! fece Grifo trionfante. Vedete bene che non è il tulipano che vi preme. Vedete bene che eravi in quella falsa cipolletta qualche stregoneria, un mezzo forse di corrispondenza coi nemici di Sua Altezza che vi ha fatto grazia. Lo diceva ben’io che ebbe gran torto a non farvi scorciare il collo.
— Babbo mio! babbo mio! esclamò Rosa.