— Cedeteci dunque il posto, e allora farete atto da buon cittadino.

— Prima di tutto non sono cittadino, disse Tilly, sono officiale, cosa molto differente; e poi non sono olandese, ma francese, cosa differente d’assai. Io dunque non conosco che gli Stati i quali mi pagano; portatemi un loro ordine che io ceda il posto, ed io fo subito un mezzo giro, perchè mi son già molto noiato.

— Sì, sì! gridarono cento voci che moltiplicaronsi all’istante a cinquecento altre. Andiamo al palazzo comunale! andiamo dai deputati! andiamo, andiamo!

— Via, mormorò Tilly vedendo allontanare i più arrabbiati, andate al palazzo comunale, a dimandare una vigliaccheria, e vedrete se vi si accorda; andate amici, andate!

Il degno officiale contava sull’onore dei magistrati, che dal loro canto contavano sull’onore dei soldati, su lui.

— Dite dunque, o capitano, disse all’orecchio del conte il suo primo luogotenente, se i deputati ricusassero a questi arrabbiati ciò che domandano, non sarebbe male, mi pare, che c’inviassero un rinforzo.

Frattanto Giovanni de Witt, che abbiamo lasciato che saliva la scala di pietra dopo la sua conversazione col carceriere Grifo e con sua figlia Rosa, era giunto alla porta della stanza, dove giaceva sopra un materasso suo fratello Cornelio, al quale aveva il fiscale, come abbiamo detto, fatto applicare la tortura preparatoria.

Il decreto di bando era venuto, il quale aveva resa inutile l’applicazione straordinaria della tortura.

Cornelio steso sul suo letto, i polsi slogati, le dita slogate, non avendo niente confessato di un delitto che non aveva commesso, respirava alfine dopo tre giorni di patimenti, sentendo che i giudici, da cui aspettavasi la morte, lo avessero piuttosto voluto condannare al bando.

Corpo energico, anima invincibile, egli avrebbe bene sconcertato i suoi nemici, se avessero potuto nella squallidezza profonda della stanza di Buitenhof veder brillare sopra il suo pallido viso il sorriso del martire, che oblia il fango della terra dopochè ha scorto gli splendori celesti.