Il ruward aveva per la potenza della sua volontà più che per un soccorso reale potuto ricovrare tutte le sue forze, e calcolava quanto tempo ancora le formalità giuridiche lo riterrebbero in prigione.
Era appunto in questo momento che i clamori della milizia paesana uniti a quelli del popolo alzavansi contro i fratelli, minacciando il capitano Tilly, che serviva loro di riparo. Quel frastuono, che veniva a rompersi come un maroso crescente al piè delle muraglie della carcere, saliva fino al prigioniero.
Ma per quanto fosse minacciante quello strepito, Cornelio trascurò d’accertarsene, ovvero non si prese la pena di alzarsi per guardare tra le traverse di ferro della stretta finestra, che dava adito alla luce ed al mormorio esterno.
Egli era tanto assuefatto agli affanni, che gli erano divenuti familiari per abitudine; e di più sentiva con ineffabile diletto la sua anima e la sua ragione così vicine a sbarazzarsi degli impacci corporei, che sembravagli già che l’anima e la ragione distaccate dalla materia le si librassero al disopra come guizza sul focolare quasi estinto la fiamma, che abbandonalo per alzarsi al cielo.
Pensava puranco a suo fratello.
Senza dubbio era il suo appressarsi che, pe’ misteri sconosciuti che il magnetismo ha scoperti in seguito, facevasi così presentire. Al momento stesso in cui Giovanni era così presente alla mente di Cornelio da mormorarne quasi il di lui nome, si aperse la porta, Giovanni entrò e di un passo accelerato venne al letto del prigioniero, che stese le sue braccia scorticate e le sue mani fasciate verso quel glorioso fratello ch’egli era riuscito a sorpassare non pei servigi resi al paese, ma nell’odio che portavangli gli Olandesi.
Giovanni baciò teneramente in fronte suo fratello, e riposò dolcemente sullo strapunto le di lui mani malate.
— Cornelio, povero mio fratello, egli disse, tu soffri molto, non è vero?
— Non soffro più, fratello mio, dacchè ti vedo.
— O mio caro Cornelio, io allora in vece tua soffro in vederti così, te lo accerto.