— Sì, odiosa... Mi pare, soggiunse, che l’odiate a dovere?
— Sì, l’odio, rispose Rosa, perchè gli è cagione di quanto ho sofferto in questi otto giorni!
— Ah! voi pure avete sofferto? Grazie, o Rosa, di questa buona parola.
— Il giorno appresso di quel giorno sfortunato, continuò Rosa, scesi dunque in giardino, e mi avanzai verso la casella, dove io dovea piantare il tulipano, guardandomi dietro con la coda dell’occhio, se questa come l’altra volta egli mi seguisse.
— Ebbene? domandò Cornelio.
— Ebbene! la medesima ombra strisciossi tra la porta e il muro, e disparve ancora dietro i sambuchi.
— Figuraste di non vederlo, ci s’intende? dimandò Cornelio, rammentandosi in tutti i suoi dettagli il consiglio che avea dato a Rosa.
— Già, e mi piegai sulla casella, che bucai con un cavicchio, come se io vi piantassi il tallo.
— E lui..... lui..... in quel frattempo?
— Vedevagli brillare gli occhi ardenti come quelli di un tigre attraverso le frasche.