— Non vi rimprovero nient’altro, signor Cornelio, se non l’affanno profondo che io provo dal giorno che mi si venne a dire al Buitenhof, che voi andavate ad essere giustiziato.
— Vi dispiace, o Rosa, mia cara Rosa, vi dispiace dunque che io ami i fiori.
— Non mi dispiace che voi li amiate, signor Cornelio, ma mi attrista bensì che li amiate a preferenza di me.
— Ah! cara, carissima creatura, esclamò Cornelio; guardate come tremano le mie mani, come la mia fronte è pallida; ascoltate, ascoltate come batte forte il mio cuore. Ebbene non è mica perchè mi sorrida e mi appelli il mio tulipano nero: è perchè voi mi sorridete, è perchè voi piegate verso di me la vostra fronte, è perchè, — e io so se l’è vero, — perchè, quantunque le fuggano, le vostre mani aspirano alle mie, è perchè io sento il calore delle vostre guancie dietro la fredda graticola di ferro. Rosa, mio amore, spezzate il tallo del tulipano nero, distruggete la speranza di questo fiore, spengete la dolce luce del casto e delizioso sogno che ogni giorno abitualmente io faceva; sia pure! i fiori dalle ricche spoglie, dalle grazie eleganti, dai capricci divini, sì toglietemeli tutti, o fiore geloso degli altri fiori, sì toglietemeli tutti, ma non mi togliete la vostra voce, il vostro gesto, lo strepito de’ passi vostri su per la trista scala; deh! non mi togliete il fuoco degli occhi vostri per lo scuro corridoio, la certezza del vostro amore che perpetuamente carezzerà questo mio cuore. Amatemi o Rosa, perchè io non posso amare che voi.
— Dopo il tulipano nero! sospirò la giovanctta, le cui mani calduccie e carezzevoli passate alla fine a traverso alle sbarrette di ferro erano sotto le labbra di Cornelio.
— Prima di tutto, o Rosa....
— Che vi debbo credere?
— Come credete in Dio.
— Sia, ma ciò non vi obbliga ad amarmi molto?
— Troppo poco, pel volere, mia cara Rosa, ma obbliga pur voi.