Chi doveva ridere l’ultimo, in quella sera almeno, era Cornelio, perchè aspettava Rosa.

Rosa venne alle nove, ma venne senza lanterna: non avea più bisogno di lume, chè sapea già leggere. E poi il lume poteva tradire Rosa viepiù spioneggiata da Giacobbe. E poi al fin dei conti vedevasi troppo il rossore di Rosa, quand’ella arrossiva.

Di che parlarono i due giovani quella sera? Di quelle cose di cui parlano in Francia sulla soglia di una porta tutti gl’innamorati, da una parte all’altra del balcone in Ispagna, dall’alto al basso di un terrazzino in Oriente.

Parlarono di cose che mettono le ali ai piedi alle ore, e aggiungon penne al tempo.

Di tutto parlarono fuorchè del tulipano nero.

Poi alle dieci come il solito si lasciarono.

Cornelio era felice e così pienamente felice quanto può esserlo un tulipaniere cui non siasi punto parlato del suo tulipano.

Ei trovava Rosa graziosa come senza paragone: la trovava buona, leggiadra, avvenente.

Ma perchè Rosa proibiva che si parlasse del tulipano?

L’era un capriccetto di Rosa. E Cornelio diceva dentro di sè sospirando, che la femmina non è perfetta.