Povera ragazza! tutti questi vezzi amorosi le erano ben più dannosi che di parlare del tulipano.
Ella ben lo comprese tornando nella sua stanza col cuore palpitante, le guancie ardenti, le labbra arse, gli occhi rugiadosi.
Il dimani sera poi dopo scambiate le prime parole, dopo le prime carezze fatte, Rosa guardò Cornelio attraverso la graticola, al buio, con quello sguardo che sente anche quando non vede.
— Ebbene! ella disse, ha buttato!
— Ha buttato! che? che? domandò Cornelio, non osando credere che Rosa da sè abrogasse la durata della sua prova.
— Il tulipano, disse Rosa.
— Come, esclamò Cornelio, voi dunque permettete?....
— Eh! sì, disse Rosa di un tuono di tenera madre che permetta a suo figlio una contentezza.
— Ah! Rosa! esclamò Cornelio, sporgendo le sue labbra, attraverso le sbarrette di ferro, nella speranza di toccare una guancia, una mano, la fronte, qualche cosa insomma; ma meglio di queste, toccò due labbra semiaperte.
Rosa gettò un piccolo strillo. Cornelio si accorse che bisognava affrettarsi a proseguire la conversazione, perchè il suo inatteso contatto aveva spaventato fortemente Rosa.