Il tulipano era bello, splendido, magnifico; il suo gambo aveva più di dieci pollici di altezza; slanciavasi dal seno di quattro verdi foglie, liscie, diritte, come quattro ferri di lancia; e il suo fiore era nero, brillante come polverino.
— Rosa, disse Cornelio tutto anelante, Rosa, non c’è un istante a perdere, bisogna scrivere la lettera!
— L’è scritta, mio diletto Cornelio, disse Rosa.
— Davvero!
— Mentre aprivasi il tulipano, io scriveva, perchè non volevo che andasse perduto neppure un secondo. Leggete la lettera, e ditemi se va bene.
Cornelio prese la lettera e lesse uno scritto ancora moltissimo migliorato dacchè egli avea ricevuto quelle due parole:
«Signor Presidente,
«Tra dieci minuti forse il tulipano nero sboccerà; e appena ciò sia, io vi invierò un espresso per pregarvi di venire in persona a vederlo nella fortezza di Loevestein. Io sono la figlia del carceriere Grifo, quasi prigioniera quanto i prigionieri di mio padre, sicchè da me non potrei recarvi questa maraviglia. Il perchè oso supplicarvi a venirvelo a prendere da voi.
«Mio desiderio sarebbe che si chiamasse Rosa Barlaeensis.
«È sbocciato, è nerissimo... Venite, signor Presidente, venite.