— Mio Dio! ella mormorò, ho fatto uno sbaglio massiccio; ho forse perduto e Cornelio e il Tulipano e me...! Ho svegliato il formicolaio, ho dato l’indizii; io non sono che una donna, e costoro possono legarsi contro di me, e allora sono perduta... Oh! perduta io, non vorrebbe dir nulla, ma Cornelio, ma il tulipano!
Stette un momento sopra se stessa.
— Se vado da questo Boxtel, e che io nol conosca punto; se questo Boxtel non fosse il mio Giacobbe, se fosse un altro amatore che lui pure avesse scoperto il tulipano nero, od anco se il mio tulipano fosse stato rubato da un altro e non da chi sospetto, o che sia passato in terza mano; se mi fosse appieno sconosciuto l’uomo, e riconoscessi solo il mio tulipano, come provare che sia il mio? Da un altro canto se io riconoscessi questo Boxtel per il falso Giacobbe, chi può sapere come la cosa la s’andasse. Mentre che noi staremmo a contrastare insieme, il tulipano morrebbe. Oh! ispiratemi voi, Vergine santa! Si tratta della sorte della vita mia, si tratta del povero prigioniero, che forse in questo momento medesimo rende l’anima a Dio.
Fornita questa preghiera, Rosa attese religiosamente la ispirazione che invocava dal cielo.
Frattanto un gran sussurro alzavasi alla estremità di Groote Markt; le genti accorrevano, schiudevansi le porte; e Rosa sola era impassibile a tutto questo movimento della popolazione.
— Bisogna, mormorò, ch’io ritorni dal presidente.
— Ritorniamo, disse il navicellaio.
Presero il vicolo della Paglia che li menò diritti alla residenza del signor Van Herysen, il quale col suo più bel carattere e con la migliore sua penna continuava a lavorare al suo rapporto.
Dappertutto passando Rosa non sentiva che parlare del tulipano nero e del premio di cento mila fiorini: n’era già piena la città.
Rosa non incontrò ostacolo nessuno per ripenetrare presso Van Herysen, che puranco sentissi commosso, come la prima volta, alla parola magica di tulipano nero.