Ma quando riconobbe Rosa, la quale dentro di sè aveva egli battezzato per pazza e forse peggio, montò in collera e voleva scacciarla.

Ma Rosa giunse le sue mani, e con un accento di verità, che penetra i cuori, disse:

— Signore, a nome del cielo! non mi cacciate: ascoltate al contrario ciò che io vengo a dirvi, e se non potrete farmi rendere giustizia, almeno non avrete a rimproverarvi un giorno in faccia a Dio di essere stato complice di una cattiva azione.

Van Herysen trepidava d’impazienza; l’era la seconda volta che Rosa disorientavalo da una redazione, alla quale ei metteva il suo doppio amor proprio di sindaco e di presidente della società orticola.

— Ma il mio rapporto! esclamò egli, il mio rapporto sul tulipano nero!

— Signore, continuò Rosa con la fermezza della innocenza e della verità, signore, se non mi ascoltate, il vostro rapporto sul tulipano nero poserà sopra fatti criminosi, o sopra dati falsi. Ve ne supplico, signore, fate venir qui alla vostra presenza e mia questo signor Boxtel, il qual sostengo che sia il signor Giacobbe, e giuro a Dio di lasciargli la proprietà del suo tulipano, se non conosco nè il tulipano nè il suo proprietario.

— Viva Dio! bella promessa! disse Van Herysen.

— Che vorreste dire?

— Vi domando che cosa ciò proverebbe, quando voi lo aveste riconosciuto?

— Ma alla fine, disse Rosa disperata, voi siete un uomo onesto, o signore. Ebbene non solo andreste a dare il premio ad un uomo per un’opera che non ha fatto, ma ancora per un’opera rubata.