Aveva bene avuto l’idea di scrivere all’Aya per allontanare dalla sua testa il nuovo uragano, che Grifo senza dubbio stava suscitandogli contro per una denunzia.
Ma con che scrivere? Grifo aveagli tolto apis e carta. D’altronde avesse avuto pure l’uno e l’altra, dicerto non sarebbe stato Grifo che sarebbesi incaricato della sua lettera.
Allora Cornelio andava e riandava nella sua testa tutte quelle povere furberie solite impiegarsi dai prigionieri.
Aveva ancora pensato a una evasione, cosa a cui non aveva pensato, quando vedeva Rosa tutti i giorni. Ma più vi pensava, più una evasione parevagli impossibile. Egli era di quelle nature perfette, che hanno orrore anco dell’apparenza del disonesto; e perciò ogni buona occasione della vita loro manca, sbaglio imperdonabile di non aver preso la via dei volgari, battuta dalla gente di mezza tacca, la quale menali a tutto.
— Come sarebbe possibile, dicevasi Cornelio, che io me ne possa fuggire di Loevestein, donde già se ne fuggì Grozio? dopo questa evasione, non è stato a tutto previsto? Le finestre non sono assicurate? le porte non sono doppie e anco triplicate? I guardioli non sono dieci volte più vigilanti?
«E poi oltre le finestre assicurate, le porte doppie, i guardioli più vigilanti di prima, non ho io un Argo infallibile, un Argo tanto più maligno, che ha gli occhi dell’ira, non ho io Grifo?
«Infine non evvi una circostanza che mi paralizza? L’assenza di Rosa. Quand’anco impiegassi dieci anni della mia vita a fabbricarmi una lima per segare le mie sbarre, a intrecciare le mie corde per discendere dalla finestra, o ad attaccarmi delle ali alle spalle per involarmi come Dedalo... Ma sono in un pessimo bivio! La lima potrebbesi consumare, le corde rompere, le mie ali struggersi al sole: mi ammazzerei malamente. E al più mi rialzerei zoppo, monco, sfilato; e sarei classato nel museo dell’Aya tra la porpora tinta di sangue di Guglielmo il Taciturno e la femmina marina raccolta a Stavoren, non avendo la mia intrapresa avuto per resultato che di procurarmi l’onore di far parte delle curiosità dell’Olanda.
«Ma no; un bel giorno, ed è assai meglio, Grifo farammi qualche angheria. Perdo la pazienza dopo aver perduto la gioia e la società di Rosa, e soprattutto dopo aver perduto il mio tulipano. Non cade dubbio che un giorno o l’altro Grifo non mi attacchi d’una maniera sensibile al mio amor proprio, al mio amore o alla mia sicurezza personale. Dalla mia reclusione in poi mi sento una forza strana, stizzosa, insopportabile; ho un pizzicore d’accapigliarmi, un appetito di adoprare le mani, una sete di pugni; salterei insomma con tutta la buona volontà del mondo alla gola del mio vecchio aguzzino, e lo strangolerei!»
Cornelio a quest’ultimo proponimento arrestossi un istante con la bocca contratta e l’occhio fisso. Un’idea, che sorridevagli, affacciavasi alla sua mente.
— E già! continuò Cornelio, una volta Grifo strangolato, perchè non prendergli le chiavi? Perchè non prendere la scala, come se io avessi commesso l’azione la più virtuosa? Perchè non andare a trovar Rosa nella sua camera? Perchè non ispiegarle il fatto e saltar seco lei dalla finestra nel Wahal? Io so certo nuotare per due. Con Rosa? ma Grifo, mio Dio, è suo padre; ella per quanto mi ami, non potrebbe perdonarmi giammai d’averle strangolato il padre benchè bestiale, benchè più che severo cattivo. Bisognerà allora entrare in discussione, in ragionamento, durante il quale sopraggiungerà qualche aiuto, qualche soprastante, che avendo trovato Grifo ancora scalciante o strozzato affatto, mi rimetterà le mani a dosso; e rivedrò allora il Buitenhof e il lampeggiare di quella maledetta spada, che questa volta non si arresterebbe a mezzo, e farebbe conoscenza con la mia nuca. Niente di tutto questo, Cornelio, amico mio, niente; gli è un cattivo mezzo! Ma allora cosa almanaccare? come ritrovar Rosa?»