— Buono, replicò il processante chiudendo filosoficamente le sue carte e la sua penna in un portafoglio usato e tutt’unto.

— È stato scritto, pensò il povero Cornelio, che io in questo mondo non abbia da dare il mio nome nè a un bambino, nè a un fiore, nè a un libro, tre necessità, di cui Iddio una almeno, come ci si assicura, impone a ciascun’uomo per organizzato alla meglio che e’ sia, e che egli si degna che gioisca sulla terra della proprietà di un’anima e dell’usufrutto di un corpo.

E seguì l’officiale col cuore risoluto e con la testa alta.

Cornelio contava i gradini che conducevano alla spianata, rimproverandosi di non aver dimandato alla guardia quanti ve ne fossero; che colui nella sua officiosa compiacenza non avrebbe certo mancato di dirglielo.

Ciò che oltremodo spiaceva al paziente in questo tragitto da lui riguardato come l’ultimo suo viaggetto, si era di veder Grifo e non Rosa. Infatti qual soddisfazione doveva brillare sul viso del padre, e qual dolore sul viso della figlia.

Grifo come avrebbe applaudito a quel supplizio, vendetta feroce di un atto eminentemente giusto cui Cornelio aveva la coscienza d’aver compìto come un dovere!

Ma, Rosa, la povera ragazza, s’ei non vedevala, se andava a morire senza darle l’ultimo bacio o almeno l’ultimo addio; s’egli andava a morire in fine senza avere alcuna nuova del gran tulipano nero, e risvegliarsi lassuso senza sapere da qual parte bisognasse volgere gli occhi per ritrovarla!

In verità per non disfarsi in lacrime in simile momento il povero tulipaniere, aveva intorno al cuore più l’aes triplex (triplice bronzo) di Orazio, da lui attribuiti al navigatore che il primo visitò l’infami sugli acrocerauni.

Ebbe un bel riguardare a dritta, ebbe un bel riguardare a sinistra; arrivò sulla spianata senza avere scorto Rosa, e senza avere scorto Grifo.

Eravi quasi una compensazione.