Ma niente tien meno presso il popolo che la risoluzione presa di non applaudire che a tale o a tal’altra cosa. Quando una città è in treno d’applaudire, è come quando l’è in treno di fischiare; non sa mai finirla.

Ella dapprima applaudì dunque a Van Herysen e al suo mazzo, applaudì le sue corporazioni, applaudì sè stessa; difatti giustamente questa volta, confessiamolo, ella applaudì all’eccellente musica che i signori della città prodigavano generosamente ad ogni fermata.

Tutti gli occhi cercavano presso il semidio della festa, che era il tulipano nero, l’eroe della festa che era naturalmente l’autore del tulipano.

Quest’eroe conoscendosi dal discorso, che abbiamo visto con tanta coscienza elaborare da Van Herysen, avrebbe prodotto dicerto più effetto dello stesso Statolder.

Ma per noi l’interesse della giornata non è nè nel venerabile discorso del nostro amico Van Herysen, per eloquente che fosse, neppure nella gioventù aristocratica masticante i suoi gravi pasticci, e nemmeno alla povera meschina plebaglia mezza nuda trangugiante anguille affumicate simili a bastoni di vainiglia. Non è l’istesso interesse per le belle olandesi dalle trecce rosse e dal candido seno, nè per i loro ortolani grassi pinzati che non erano mai usciti quattro braccia fuori della porta di casa, neppure per gli smilzi e gialli viaggiatori giunti da Ceylan e da Giava, e nemmeno pel popolaccio alterato che ingozza come un rinfresco il cetriolo acconciato nella salamoia. Per noi non istà qui l’interesse della situazione scenico-drammatica.

L’interesse è nella figura raggiante e animata che cammina in mezzo ai membri del comitato di orticoltura, l’interesse è nel personaggio fiorito a cintola, leccato, lisciato, vestito tutto di scarlatto, colore che fa risaltare il suo nero pelame e la sua tinta giallastra.

Questo trionfatore raggiante, inebriato, questo eroe destinato all’insigne onore di far dimenticare il discorso di Van Herysen e la presenza dello Statolder, gli era Isacco Boxtel, che vedeva alla sua diritta andarsi innanzi sopra un drappo di velluto il Tulipano nero, suo prezioso figlio; a sinistra in una vasta borsa i cento mila fiorini in belle monete d’oro luccicanti, abbaglianti, che egli avea preso il partito di sbirciarli di fuori per non perderli un istante di vista.

Di tempo in tempo Boxtel affretta il passo per strisciare il suo gomito al gomito di Van Herysen. Boxtel da ciascuno prende un po’ del suo valsente per formarne un valsente proprio, tale quale ha fatto rubando a Rosa il suo tulipano per farsene sua gloria e sua fortuna.

Anche un quarto d’ora e il principe arriverà e il corteggio farà alto all’ultima posata; il tulipano essendo posto sopra il suo trono, il principe cedendo il primo posto al suo rivale nell’adozione pubblica, prenderà una pergamena squisitamente miniata, sulla quale è scritto il nome dell’autore, e proclamerà a voce alta e intelligibile, che è stata scoperta una meraviglia; che l’Olanda per l’intermediario di quel Boxtel ha forzato la natura a produrre un fiore nero e che questo fiore chiamerassi per l’avvenire Tulipa nigra Boxtellea.

Di tratto in tratto perciò Boxtel leva gli occhi per un momento dal tulipano e dalla borsa, e guarda timidamente nella folla, perchè in questa paventa soprattutto di scorgere la pallida faccia della bella Frisona.