Guglielmo aveva riguardato freddamente Cornelio e ascoltato la di lui fervorosa preghiera.

Allora indirizzandosi all’officiale:

— Costui, disse, è il prigioniero ribelle, che ha tentato di uccidere il suo carceriere a Loevestein?

Cornelio cacciò un sospiro e abbassò la testa. La sua faccia dolce e mesta arrossì e impallidì al tempo stesso. A quelle parole, a quella infallibilità divina del principe onnipotente e onnisciente, il quale, per qualche secreto messaggio invisibile al resto degli uomini, sapeva già il suo delitto, e presagivagli non solo una punizione indubitata, ma ancora un rifiuto.

Non si provò niente affatto a contrariare o a difendersi: offerse al principe il toccante spettacolo di una ingenua disperazione bene visibile e commovente per un cuore così grande e di uno spirito tanto vasto quanto quello che lo contemplava.

— Permettete al prigioniero che scenda, disse lo Statolder, e che vada a vedere il tulipano nero, ben degno di essere veduto almeno una volta.

— Oh! fece Cornelio mezzo svenuto dalla gioia e pencolante sul montatoio della carrozza; oh! Signor mio!...

E gli si strinse la gola; e se non l’avesse sorretto l’officiale col braccio, co’ ginocchi e la fronte nella polvere il povero Cornelio avrebbe ringraziato Sua Altezza.

Dato il permesso, il principe continuò il suo cammino nel bosco in mezzo alle acclamazioni le più entusiaste.

Giunse ben presto alla sua gradinata, e il cannone tuonò nel lontano orizzonte.